La lunga catena di ferrovie che mi ha portato fino a qui finisce, e mi scaraventa in una città nuova, l’ultima delle nuove città, e di fronte all’Oceano. Basta. Più a ovest, su strada ferrata, non si può andare. Per andare più a ovest ci sono le navi, e le navi sono per qualche altro viaggio, qualche traversata transatlantica appartenente a qualche futuro, come ho sempre sognato. Che è la fine di un viaggio lo percepisco quando inizio a elaborare altri viaggi, altre fughe. Non è sempre una fuga da qualcosa, il viaggio, breve o lungo che sia? Una fuga fittizia, come direbbe ogni buon terapista, ma alla fine bisogna sempre tornare, e i fantasmi è più probabile portarseli dietro che lasciarli a casa. Ma comunque una fuga.

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E la mia finisce a Porto, quando scendo dall’ultimo treno, entro nell’atrio della stazione decorato di maioliche blu e bianche e, finalmente, mi fermo. Mi fermo, per due minuti soltanto, ma in quei due minuti si esaurisce il moto frenetico e costante che mi ha portato fino a dove sono arrivata. E mentre realizzo il suo esaurimento, realizzo che sì, ce l’ho fatta, sono arrivata alla fine, la stazione sembra fermarsi con me, per due minuti soltanto, e nell’illusione ottica dell’adrenalina che cala sono sola al centro della sala, al centro della città, e sono soddisfatta, e sono felice.

Potrei fermarmi qui. Che altro c’è da dire? La strada è finita, sono scivolata fuori dalla dimensione del viaggio, la bolla è scoppiata e infatti scrivere ridiventa improvvisamente difficile. Ma che bellezza Porto sulla foce del fiume! E l’Oceano! E la mia amica che mi viene a prendere e mi abbraccia! Di quelle amiche rare che ti accompagnano nella vita, avevamo otto anni quando ci siamo conosciute e stiamo ancora così bene insieme. Vive a Porto da due anni, col suo fidanzato, al terzo piano di un piccolo condominio in centro, e si sale all’appartamento con scale di legno e si incontra il vicino di casa, signore sdentato di età indefinita, dai cinquanta ai settanta, fuma marijuana e ascolta musica a palla, ci mostra orgoglioso una schiscietta di latta piena di cibo caldo che, dice, ha rubato da un albergo. O qualcosa di simile. Insomma, sarebbe un peccato non raccontare, per quanto gli ultimi due giorni prima di prendere l’areo che mi riporta a casa siano un susseguirsi confuso di rilassamento, passeggiate, chiacchiere, cibo, sonno e verseggiare di gabbiani. L’amica deve tornare alla sua università in Svizzera l’anno prossimo, e sono le sue ultime ore a Porto, e vivo con lei la fine dei due anni, mentre lei vive con me la fine del mio mese di movimento. Un doppio finale, e tuttavia ci rifiutiamo di essere malinconiche.

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Con Porto il viaggio si trasforma in vacanza, la consapevolezza di non avere più treni da prendere mi fa scivolare in un torpore piacevole, mentre mi faccio condurre per le salite e le discese e ascolto il suono della lingua sconosciuta e penso che mi piace, che mi piace questo posto, si sente l’odore del mare, potrei venire a vivere qui, potrei imparare a parlare portoghese, iniziare una nuova vita, che peccato che non sono mai venuta a trovarla prima, la mia amica.

Mangiamo piccoli peperoni verdi fatti alla piastra con il sale grosso e pesce grigliato e gelato di açaí, una bacca viola sudamericana, servito con yogurt greco, frutta e miele. Prendiamo la bicicletta e pedaliamo fino all’Oceano. Attraversiamo ponti troppo alti e faccio le mie scene che vi ho già raccontato, ma poi accetto di passare dall’altra parte, il potere coercitivo dell’affetto.

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Come a Coimbra, il centro della città è pieno di case che cadono a pezzi. L’amica, possiamo anche svelare il suo nome direi, Olivia. Olivia, quindi, mi spiega che la borghesia si è tutta trasferita in periferia, e il nucleo di Porto è rimasto essenzialmente popolare. Gli affitti di chi vive lì dai tempi della dittatura, finita nel 1974 con la rivoluzione dei garofani – Salazar, come Salazar Serpeverde, Harry Potter, e d’altronde mi spiegano che la Rowling ha vissuto qui per qualche tempo – sono rimasti bloccati. I suoi vicini di casa, per esempio, pagano solo 50 euro al mese. E di conseguenza non ci sono soldi per ristrutturare i palazzi. Adesso si sta iniziando a rivalutare il centro cittadino, soprattutto con finalità turistiche, ma i residenti continuano a preferire la periferia. Il che, mi spiega Olivia, è un po’ un peccato: non bisognerebbe lasciare una città così bella nelle mani sconsiderate di troppi turisti.

Qualsiasi sia la stagione, il tempo atmosferico, che ci siano 5 gradi o quaranta, i portoghesi mangiano la zuppa, sopa portuguesa. Che tradizione alimentare peculiare, penso, mentre affronto il mio piatto di passato di carote e broccoli. Sento la temperatura interna raggiungere picchi vertiginosi, e mi sciolgo lentamente sulla sedia. Siamo a cena dai genitori del fidanzato di Olivia, la madre ha imbandito un banchetto quasi natalizio e mi sembrava poco carino rifiutare il primo piatto. Poi sono curiosa, magari ci sono delle proprietà benefiche nel mangiare la zuppa bollente a luglio, tipo gli abitanti del deserto che bevono il tè caldo con la menta, o qualcosa di simile. Ma effettivamente non siamo nel deserto e la crema di carote non è tè zuccherato, e arrivo al secondo che boccheggio, cercando freneticamente di farmi aria con il tovagliolo. Poco male.

Mi piace essere nella sala da pranzo di una famiglia portoghese, sentire l’ospitalità calda che supera l’incomprensione linguistica, vedere le dinamiche di una casa straniera.

Sono spaccati di vita quotidiana rarissimi da trovare in viaggio, e sono felice di poterli vivere. Poi basta sorridere, ripetere obrigada, grazie, un numero considerevole di volte, e mangiare con appetito.

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Che altro posso raccontare? Siamo arrivati alla fine, per davvero. Dopo due giorni prendo l’aereo, atterro a Milano, diluvia, sono a casa, conosco le vie, conosco la lingua, so andare in giro senza bisogno di cartina (okay, quasi sempre).

Dovrei trarre conclusioni? Ho conclusioni da trarre? Di sicuro ci sono, da qualche parte, nella mia mente. Forse le devo ancora elaborare. Cosa mi hanno dato questi venticinque giorni di vagabondaggio europeo, oltre all’ebrezza di un’illimitata libertà temporanea? C’è da riflettere, e meravigliarsi, della grande libertà di movimento che abbiamo noi europei nel nostro continente, e che sia così per sempre, che non si ceda alla paura. Anzi, di più, più movimento, più flussi di persone che si mischiano, consapevolezza. Siamo la prima generazione veramente europea, il mio viaggio, forse, ha anche voluto celebrarlo.

Sono cresciuta? Ho imparato? Sono cambiata? Come si cresce, impara e cambia ogni giorno, ma a ritmo accelerato, come è stato accelerato il ritmo con cui ho attraversato paesi e macinato chilometri.

Quanti chilometri? Quanti paesi? Facciamo il conto, insieme.
6846 chilometri, più o meno.
12 paesi, 37 treni, 39 stazioni, 16 città.

Che devo dire. E’ stato bellissimo, è stato estenuante, ho superato la prova della convivenza con me stessa, della solitudine. Mi sento un po’ più pronta per affrontare il mondo e per affrontare la mia mente.

Grazie per aver viaggiato con me. Chi sa se ci incontreremo di nuovo, in un altro viaggio, nel futuro.

Ora, soltanto, prendetemi in braccio, occupatevi voi di me, datemi da mangiare, fatemi sdraiare, magari su una spiaggia, davanti al mare, che io curi con l’immobilità la malattia del movimento, con stasi la tensione all’attività frenetica, che bilanci gli estremi. Ho bisogno di dormire.

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