“Non puoi continuare a comportarti di merda e poi sentirti male con te stesso e sperare che questo renda le cose migliori. Tu devi essere migliore. Tu sei tutte le cose che vanno storte nella tua vita: non è l’alcool, non sono le droghe né le cose del cazzo che ti sono successe nella tua carriera o da bambino. Sei tu.”

Questo è grosso modo il mood della terza stagione di BoJack Horseman, disponibile da ieri su Netflix. A sbroccare contro BoJack è insopettabilmente Todd nel decimo episodio.

Ma andiamo con ordine.

Se non avete mai visto BoJack Horsman ecco in sintesi di che parla questa serie animata: BoJack è un cavallo antropomorfo che vive in un mondo di esseri umani e animali antropomorfi. Più precisamente, vive a Hollywoo (che fine abbia fatto la “d” lo scoprirete nella prima stagione) perché negli anni ’90 era la star della famosissima sitcom Horsin’ Around.

Nella prima stagione lo troviamo alcolizzato/drogato/sul-divano-di-casa mentre detta il libro “che lo riporterà sulla cresta dell’onda” alla sua ghostwriter Diane. Nella seconda stagione il libro ha avuto successo e BoJack ha ottenuto il ruolo che sognava di interpretare da tutta la vita. In questa stagione anche il film ha avuto successo e si parla addirittura di Oscar.

Durante tutta la serie BoJack deve fare i conti con: dipendenza emotiva, disfunzionalità varie, autodistruzione e depressione. Insomma, è uno show per famiglie.

La serie è stata creata da Raphael Bob-Waksberg nel 2013 e ha ottenuto un ottimo successo di critica: è stata descritta, sia all’estero che in Italia, come una delle serie TV più brillanti che si possono vedere oggi, per il ritratto divertente e spassionato del sistema dello show business e per la profondità con cui sono stati creati i personaggi.

Adesso potrei parlarvi di tutti i personaggi della serie e spiegarvi per filo e per segno cosa rende ognuno di loro grandioso. Non lo farò. Non mi soffermerò nemmeno a parlare della crisi del maschio moderno o di Hollywood.

Preferisco limitarmi a parlare dell’aspetto che più mi lega al protagonista della serie animata: la depressione.

Quando ho cominciato a vedere BoJack Horsman era appena iniziata l’estate del 2014. Mio padre era morto il  3 maggio di quell’anno e quindi gran parte del mio tempo lo passavo stesa a letto senza fare niente. Leggevo molti articoli a tema “morte” e “depressione” e in uno di questi si parlava molto bene di BoJack Horseman, appena arrivato alla seconda stagione. Così ho pensato di fare un tentativo e guardarlo.

Intorno alla puntata 7 o 8 della prima stagione mi era chiaro che per quanto me la passassi male, BoJack stava peggio. Nella sua indulgenza autodistruttiva BoJack viveva per me una seconda vita, fatta di scelte costantemente sbagliate che avrei potuto prendere anch’io ma non ho fatto. Ad esempio, ho sempre evitato di alzarmi e attaccarmi alla bottiglia alle 9 di mattina, nonostante molte volte abbia desiderato essere in grado di farlo. Inoltre, per quanto mi chieda che cazzo fare della mia vita, che eredità lascerò al mondo, che cosa penseranno gli altri di me eccetera eccetera, non sono mai scivolata in quella spirale autodistruttiva in cui BoJack cade puntualmente nonostante i suoi (non numerosi) sforzi. E questo mi fa sentire meglio.

La terza stagione è anche più amara delle precedenti: se solitamente col finire degli episodi BoJack arriva a qualche sorta di breakthrough – ad esempio nello scorso finale capisce l’importanza del suo rapporto di amicizia con Todd questa volta non accade. E non a caso è  proprio Todd che in questa stagione mette BoJack davanti al suo incubo peggiore: fare i conti con se stesso.

“È così triste vedere le persone per quello che sono davvero. Le rovina.”

Io ho parlato di depressione ma lo show sa anche essere esilarante. Finita la prima stagione mi sono addirittura alzata dal letto e sono andata a farmi una doccia. È traguardo, chiedetelo a BoJack.

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