C’è da dire che, nonostante il mio treno avesse accumulato un’ora di ritardo e fossero le sei di sera e non avessi un posto dove dormire, quando sono uscita dalla stazione, Bordeaux mi è apparsa come una città d’oro di sole estivo. Che fossi più a sud lo si sentiva dall’odore dell’aria, e cinque minuti di cammino dopo dal fatto che ero sudata fradicia sotto il peso dello zaino.

Ma come sempre è il caso che si vada con ordine, che altrimenti salto di palo in frasca e non andiamo da nessuna parte. O andiamo da qualche parte, perché ormai mi sembra di non fermarmi più, ma né io né voi capiamo dove. I punti di arrivo – dicono – sono importanti, e probabilmente anche quelli di partenza.

Il diciassettesimo giorno di viaggio inizia con Estelle che mi porta in macchina in stazione, e con un treno pieno di turisti francesi in viaggio per le vacanze di quello che, suppongo, sia un ponte in occasione del 14 luglio. Un 14 luglio tragico e funesto, ma pur sempre un quattordici luglio di vacanza, e siccome in molti mi avete chiesto se si sente, qui in Francia, l’ombra lanciata dall’attentato di Nizza, vi dirò che no, nelle stazioni, sui treni, nelle vie e nelle piazze, non l’ho sentita.

Anche se chi vive in questo paese mi ha confessato che sempre più si evita di prendere gli aerei, la metropolitana, di frequentare i luoghi troppo affollati. Pian piano la paura un po’ si sente.

Ma dai boschi verdi che si vedevano dal finestrino, dalle gambe abbronzate delle ragazze bionde che salivano e scendevano alle fermate delle località balneari, dalle ville con le persiane dipinte di blu e di verde e dallo scorcio d’oceano che, di quando in quando, appariva, io non ho sentito paura né disagio. Ed era forse impossibile sentirla, nella mia distanza e nella distanza dei luoghi di vacanza. Nessuno mi ha nemmeno controllata il biglietto. E Bordeaux, appena arrivata, mi si è aperta come un sole davanti agli occhi, bellissima e luminosa.

Come vi ho già detto, per una combinazione sfortunata della sorte – ovvero per mia disorganizzazione – non avevo un posto dove dormire. Gli ostelli eran tutti prenotati, gli airbnb pure. Viziata dall’estrema disponibilità e dai prezzi bassi dell’Europa dell’Est mi ero scordata che, forse, sarebbe stato anche il caso di giocare d’anticipo. Troppo tardi, e siccome, contrariamente alle mie speranze, nessun miracoloso ostello si è materializzato sulla mia strada, ho dovuto arrangiarmi in qualche modo. L’idea di dormire in stazione, da sola, sinceramente non mi sembrava delle migliori. Ho esitato per qualche minuto davanti agli alberghi senza stelle che ci sono sempre davanti alle stazioni e poi, scoraggiata dall’aria burbera dei signori dietro al bancone, mi sono sistemata meglio lo zaino sulle spalle e ho preso a camminare. Il bel clima estivo mi aveva messo in un umore peculiare di noncuranza e fiducia nella sorte, con una punta di quei miei umori autistici per cui mi risulta quasi fisicamente impossibile comunicare con il prossimo: una combinazione letale.

Ho camminato per mezz’ora in quella che secondo me era direzione centro città, e che si è rivelata essere la direzione opposta, sono finita davanti a vari affitta camere che ho preso in considerazione fino a quando non mi sono accorta che si trovavano sopra degli strip-club, sono entrata in un ostello in cui mi han detto che non c’era posto lì, ma di sicuro anche da nessuna altra parte (ma almeno mi hanno dato una mappa) e quando finalmente sono riuscita a raggiungere il fiume, la fiducia nella sorte era andata a quel paese e mi sentivo decisamente stupida. Nel frattempo sono stata approcciata da due diversi bellimbusti pieni di voglia di fare conversazione, che hanno ignorato la mia faccia poco disponibile, e il fatto che fossi in evidente situazione di disagio, con il computer in bilico in cima allo zaino per rubare il wifi di un McDonald’s.  C’è da dire che se ne sono andati con la coda tra le gambe non appena ho esplicitato il fatto di non parlare una parola di francese.

Bordeaux, nonostante tutto, era ancora bella.

Alla fine, dopo essermi chiesta quanto fosse socialmente accettabile chiedere ospitalità a due studi di designer davanti ai quali sono passata, e a una chiesa, sono caracollata in preda alla disperazione nella reception di un hotel decisamente fuori dal mio budget e sono caduta a faccia in giù sul copriletto bianco del letto della camera che avevano ancora libera. Con il naso schiacciato contro il cuscino mi son detta che sì, l’avventura è bella, ma l’organizzazione è una cosa divina. Non ce ne si rende conto fino a quando non ti lascia a piedi, o la lasci tu a piedi, dipende dai punti di vista. Only know you love her when you let her go, insomma, o qualcosa di simile.  

Che poi uno penserebbe che si impari dai propri errori, ma abbiamo già capito che purtroppo sono testarda come un mulo e non funziono in questo modo.

Ma prima di continuare con il racconto di quanto le cose non stiano funzionando in questi due giorni, vorrei descrivere come sto andando in giro vestita, dopo aver ignorato tutte le occasioni di fare una lavatrice che mi sono presentate davanti.


Outfit

I calzini li ho elemosinati da Estelle, li ho usati una volta, e poi in albergo li ho lavati con il bagnoschiuma che ho trovato nella doccia e li ho stesi fuori dalla finestra assieme alle mutande di Harry Potter a cui sono molto affezionata e che a guardarle dicono proprio, ragazza matura che viaggia da sola, donna in carriera, eccetera. I pantaloni sono quelli del pigiama, gli unici ancora puliti perché incastrati sul fondo dello zaino e mai usati fino ad adesso. Abbinati con la canottiera verde acqua, o verde ospedale, o verde bagni dell’aeroporto di Malpensa, fate voi, dello stesso verde preciso delle strisce sui sedili dei treni francesi peraltro, mi danno quell’aria affascinante da infermiera di una casa di riposo. Il tutto viene completato da il mio bel maglione di lana verde, che ormai ha un buco sul gomito delle dimensioni di un pompelmo (che termini di paragone curiosi che sto trovando), dalla macchina fotografica che è appesa alla borsa, e dai due zaini, uno davanti, uno dietro. Di quel che ne è dei miei capelli ultimamente non provo nemmeno a parlare, vi basti sapere che uso come surrogato di elastico, perché si sa che gli elastici si perdono nel momento stesso in cui li si compra, uno scoobydoo di fili di plastica, di quelli che si intrecciavano alle elementari, recuperato chissà dove. Oserei dire che c’è del margine di miglioramento.

Quando torno a casa avrò bisogno di un extreme makeover, ve lo dico.


Tornando a noi: come forse non sapete, il mio obiettivo finale è arrivare in Portogallo, e dal Portogallo prendere un aereo che mi riporti in patria. L’itinerario che avevo pianificato rasentava la perfezione. Da Bordeaux si prende un treno per Hendaye, si attraversa il confine con la Spagna, si arriva a Irun e da lì un comodissimo treno notturno che arriva a Lisbona alle sette del mattino. Niente di più facile. Teoricamente. Teoricamente l’interrail in Spagna è una grande cosa. Praticamente è un incubo, fidatevi di me, non fatelo mai. E dire che in una situazione simile c’ero già capitata, due anni fa, quindi non si capisce perché abbia deciso di mia spontanea volontà di farla capitare di nuovo. Il fatto è che a Irun ci sono arrivata, anche se con giusto un’ora e mezza di ritardo – ma quella è colpa delle ferrovie francesi. Solo che adesso non so come andarmene via. Non che non sia un posto grazioso, questa Irun, per carità, vi scrivo appunto da un tavolo di un bar in una grande piazza, piena di gente che beve e ride e fuma sigarette in allegria. La situazione è tutto sommato piacevole, e io sono tutto sommato di buon umore. Peccato che il treno notturno per Lisbona io non sia riuscita a prenderlo.

L’impiegato alla biglietteria della stazione – squallida, vuota e con quelle luci al neon che ronzano e ricordano i film dell’orrore – mi guarda impassibile “Non c’è posto su quel treno. Nè oggi, né nei prossimi quattro giorni. Ed è l’unico treno che arriva in Portogallo dalla Spagna.” Il che, già a dirlo così, mi sembra una cosa stupida. “Nemmeno un posto piccolo piccolo?”, la disperazione rende facile la supplica, ma il bigliettaio non da segno di impietosirsi. Non che possa fare molto, d’altra parte.

“Ma non posso prendere il treno lo stesso, senza prenotazione?”

“No.”

Mi domando quanti sprovveduti interrailers debba gestire quest’uomo ogni giorno. Come i due ragazzi tedeschi che osservano i miei tentativi di trovare una soluzione, seduti sulle panchine dietro di me, con l’aria di chi ha appena fatto la stessa identica scena.

“Non c’è un treno che, non so, arrivi in qualche modo a metà strada?”

“Oggi non c’è più niente.”

Maledizione. Sospiro e vado a sedermi accanto ai ragazzi tedeschi, lanciando loro uno sguardo d’intesa, che però non sembrano dell’umore di cogliere. Apro la cartina e la fisso, intensamente, sia mai che ci sia scritto da qualche parte che cosa mi conviene fare. Passare la notte a Irun è inevitabile, ma, come mi ha spiegato impietosita la signorina all’ufficio del turismo, è in corso un festival blues nel paese qui di fianco, e posto per dormire non se ne trova neanche a invocare un miracolo, cosa che sono ormai molto vicina al fare. Medito se sia il caso di cercare di salire clandestinamente su quel treno notturno troppo pieno e passare la notte a chiudermi in bagno ogni volta che passa un controllore, ma il rischio di essere scaricata alla cinque del mattino in una stazione qualsiasi lungo il percorso mi scoraggia. Non che io non abbia mai dormito in stazione, in passato, ma di sicuro non l’ho mai fatto da sola, e anche se Irun sembra un posto tranquillo, una notte intera senza dormire, senza nulla da fare, si dilata nel tempo e non scorre mai. Vedremo. Nel frattempo torno dall’impassibile bigliettaio e prenoto un posto sul treno per Salamanca delle nove del mattino, perché dovete sapere che in Spagna, maledetti loro, anche se si ha il biglietto interrail bisogna prenotare ogni singolo treno sul quale si mette piede, perdendo un sacco di soldi e un sacco di tempo. Almeno così al Portogallo in qualche modo mi avvicino.

Al treno ora mancano undici ore e quarantacinque minuti, e pianifico di scivolare da un bar all’altro, da un wifi all’altro, fin quando non sarà troppo tardi e dovrò ritirarmi verso la stazione, dove presumibilmente incontrerò i ragazzi tedeschi e ci potremo lamentare insieme.

Avventurosa? Sprovveduta? Sfortunata?

Lo so che volete tutti farmi il culo, in questo momento, e dirmi di stare più attenta, ma quando leggerete questa storia io sarò già a Salamanca, e a Salamanca l’ostello lo prenoto. Prometto. No davvero.

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