Rotterdam o Bruxelles? Mi sono chiesta, esaltata dalla prospettiva di scelta, dalla vita che si dipana ora per ora, giorno per giorno, senza certezza su dove sarò davvero domani, dopodomani, tra dieci giorni. Una condizione esistenziale logorante se declinata sul lungo periodo, ma splendida in una vacanza così breve, un mese soltanto, siamo già a metà.

Ma perché non entrambe? Oggi Rotterdam, domani Bruxelles. Il viaggio on the road esaspera la frenesia del movimento.

E deve avere la durata perfetta: abbastanza perché si sradichi la prospettiva di un luogo fisso, perché ci si immerga definitivamente nell’idea di spostarsi, spostarsi, vedere, guardare, assimilare; non troppo, perché non si venga nauseati dalle stesse cose che all’inizio appassionavano, perché non si sia così stanchi da non assorbire più nulla, saturi. Un mese è un tempo perfetto, di più richiede allenamento, organizzazione. Il mio zaino è già diventato un vaso di Pandora che quasi ho paura quando lo apro, la sera, in ostello, e ho smesso pure di mettermi il pigiama, dormo con addosso i vestiti della giornata, che tanto è tutto sporco allo stesso modo.

Costanti da interrail:

  • non ignorare mai, per pigrizia, la possibilità di una doccia calda decente, che non sai quando potrebbe essere la prossima volta che ti capita.
  • arriverà il giorno in cui dovrai fare una lavatrice, e per quanto sia bello vivere alla giornata, sarebbe bene pianificare se non si vuole andare in giro con le mutande appese ad asciugare allo zaino. Il che annullerebbe l’effetto lavatrice.
  • non si sa mai che brutte sorprese ti possono riservare le ferrovie europee, e dunque compra da mangiare prima di salire su qualsiasi treno, che sennò ti ritrovi presa dai morsi della fame a comprare l’unica opzione senza glutine delle macchinette di una stazione qualsiasi, ovvero caramelle gommose alla mela verde.

Il viaggio da Amburgo a Rotterdam doveva durare al massimo cinque ore. Ce ne ho messe dieci. Che nessuno mi venga mai più a dire che da queste parti civilizzate dell’Europa le cose funzionano sempre bene e i treni arrivano sempre in orario. Nessuno dei treni che dovevo prendere era in orario, due non sono mai partiti per guasti tecnici, il mio minuzioso collage di coincidenze è andato a farsi benedire che neanche ero uscita dalla prima stazione.L1050365

Seduta sul pavimento della sala d’attesa della stazione di Osnabrueck ho osservato perplessa come il ritardo del treno per Amsterdam, pian piano, si dilatava: 35 minuti, 55, 70. 70 minuti di ritardo? Che, mi state prendendo in giro? Cambio di percorso, cambio di programma. A Rotterdam ci si deve arrivare in qualche modo, magari in un futuro più prossimo che remoto. Quando finalmente sono riuscita a salire su un treno diretto in Olanda, qualche suicida della domenica ha deciso di buttarsi sulle rotaie da qualche parte e ha paralizzato metà della rete ferroviaria. No okay scusate, non voglio essere cinica, mi dispiace per il suicida della domenica, rest in peace, davvero. Ma lo stesso, mi avete fatto il malocchio? Avete fatto il malocchio alle ferrovie tedesche? E anche a quelle olandesi, per stare sul sicuro? Io sono paziente, zen, posso sopportare i ritardi con fatalismo, ma capitemi, son tanti giorni che sono in giro, sono un poco stanca, e al quarto guasto tecnico inizia tutto a suonare come una frustrante presa in giro.

Ma comunque, non mi pare il caso che io stia qui a lamentarmi, le giornate no capitano anche nel meraviglioso mondo di evasione dell’Interrail, e poi tanto passano, e qualcosa di positivo se ne cava fuori in ogni caso.

Tipo le caramelle gommose alla mela verde, che non erano affatto male dopotutto. O la poetica riflessione che ho fatto, fumando una sigaretta fuori dalla stazione di Muenster, su quanto possano essere deprimenti queste realtà tedesche con sfondo di cielo grigio e piatto, umidità estiva, strade semideserte, Nescafè scadente venduto al chiosco del giornali a prezzo troppo alto. Ammetto che non è corretto giudicare un luogo dalla sua stazione grigia in piena quiete domenicale. E tuttavia, anche a volerlo cavare fuori con la forza, il fascino non si trova, e lo dico io che nel momento giusto riesco a trovare fascino quasi anche nei bidoni della spazzatura straripanti di una stazione a caso della metropolitana. Ma non era il momento giusto, mi sa.

L’aria notturna e fresca di Rotterdam, quando, diverse ore dopo, ci ho effettivamente messo piede, è stata un sollievo. Quella stagnante e sudata della stanza dell’ostello, 30 brandine e altrettanti viaggiatori avvolti nei loro sacchi a pelo bitorzoluti, un po’ meno. Ma di sicuro ho dormito benissimo lo stesso.

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Riflessione

C’è un filo sottile, quasi impalpabile, che collega tra loro le donne che vanno in giro da sole. Quelle che si incontrano sui treni, nei bar, negli ostelli. Ci si riconosce a vicenda, ci si sorride, ci si infonde forza e sicurezza, anche se quasi mai ci si parla. La reciproca presenza e la reciproca solitudine tranquillizzano. You’re not alone while being here alone. (Perchè infilo frasi in inglese? Ve l’ho già detto, perdonatemi, è un brutto vizio).

Mi siedo, la sera, sulla riva di un canale a Danzica per guardare le luci che si riflettono sull’acqua, e poco dopo sulla stessa riva si siede una tipa bionda che parla al telefono, e il fatto che lei sia lì mi tranquillizza. Una ragazza mi vede entrare in uno scompartimento vuoto sul treno per Amsterdam, si alza dal suo troppo affollato e viene a sedersi con me, non dice niente, mi sorride, apre il suo libro e si mette a leggere. Solidarietà femminile? Magari è tutto nella mia testa, che ci passo troppo tempo in questi giorni, ma mi piace pensare che sia così. Solidarietà femminile fatta di sorrisi e compresenze. La signora al bar di Amburgo dove ero seduta a scrivere. La tedesca con il vestito lungo a righe nella reception dell’ostello di Rotterdam.

Se poi al filo sottile del riconoscimento reciproco si unisce una provenienza e un luogo comune, fluisce un’amicizia istantanea, per quanto effimera e di breve durata.

Per dirlo in altre parole, se ci si incontra tra due italiane, nel giro di cinque minuti si finisce a raccontarsi la vita, nei dettagli.

Per esempio, a Rotterdam nell’ostello lavora una ragazza di cui inventerò il nome perché mi han detto da qualche parte che bisogna inventare i nomi quando si parla di terzi senza il loro permesso. Lavinia, facciamo che si chiama Lavinia, così a caso, lo so è un nome strano ma è il primo che mi è venuto alla mente.

Ci avrò parlato, sì e no, dieci minuti. Lavinia è siciliana, ma a diciotto anni ha deciso che in Sicilia non ci voleva più stare e si è trasferita in Veneto. Poi, recentemente, ha deciso che anche in Veneto non ci voleva più stare ed è andata a Rotterdam. Lavora in un bar e come volontaria all’ostello, dove non la pagano, ma le danno vitto, alloggio e pocket money settimanale. Non sa cosa farà nei prossimi mesi. “È che c’è il mio ex, in Italia, che mi manca tantissimo” mi spiega. “Ci sentiamo ancora tutti i giorni. Ma è anche per lui che ho voluto andarmene. Me ne ha fatte di tutti i colori, davvero di tutti i colori.” Allora resta qui, che ci torni a fare in Veneto, Lavinia, che sei stata così coraggiosa ad andartene. Dispenso consigli non richiesti, ma mi sembrava che avesse voglia di farsi incoraggiare.

 

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