È difficile scrivere di net neutrality. È difficile perché è un argomento tecnico che dovrebbe interessare a tutti; perché attorno all’argomento tecnico è stato eretto un labirinto di tecnicismi amministrativi e politici, esistenti unicamente per offuscare ulteriormente la situazione; perché una parte così importante della nostra libertà come consumatori e soprattutto come lavoratori dipende da quanto codificato in queste norme.

È un argomento delicato per chi scrive, perché a The Submarine siamo appena partiti con questo progetto e dipendiamo interamente dalla salute di internet per riuscire.

Che cos’è la net neutrality?

Il fatto che sia necessario scrivere un paragrafo come questo, dopo le lotte negli Stati Uniti (e in India), e dopo l’infinito tiro alla fune europeo per trovare una soluzione di compromesso getta una lunga ombra sulle speranze dei difensori della neutralità della rete.

La storia della net neutrality in Europa è ricca di curve a gomito e inversioni di marcia. Praticamente codificata in un pacchetto di linee guida ragionevoli e chiare, nel corso del 2014 dietro le quinte si agitano delle piume, e insieme alle elezioni europee la posizione dell’Unione sull’internet aperto cambia drasticamente.

Flickr / CC

Con neutralità della rete, net neutrality, open internet e almeno un paio di altre espressioni sinonimiche, si intende la teoria fondamentale per la quale ogni pacchetto di dati che attraversi l’infrastruttura di un provider debba essere assolutamente e sempre trattato come eguale — deve viaggiare alla stessa velocità, sostanzialmente.

La teoria è stata contestata dai provider sin dalla sua nascita, che vorrebbero poter dividere il traffico degli utenti in fasce in prezzo, o meglio ancora isolare un grande ricettore di traffico – come Netflix, o YouTube – e pretendere un pagamento aggiuntivo per i dati distribuiti agli utenti, pena il vedere la velocità della propria connessione rallentare drasticamente.

Il 30 giugno 2015 il Consiglio Europeo ha presentato un documento che sulla carta si dice difensore della Neutralità della rete, ma in pratica lascia ampie buche perché i provider possano trovare canali di discriminazione dei dati.

In particolare, malgrado il riconoscimento che “i dati sono tutti uguali,” il documento codificava l’esistenza dell’opzione zero-rating: ovvero la possibilità di offrire accesso gratuito a determinate pagine e servizi al di fuori del limite di traffico mensile, previo ovviamente accordo commerciale con l’altra parte che beneficia dell’influsso di traffico.

A un anno di distanza, il documento deve diventare esecutivo, e tutta la responsabilità nel chiudere le tante falle lasciate aperte dal Consiglio ricadono sul Body of European Regulators for Electronic Communications.

NYC Rolling Rebellion Advocates for Net Neutrality / Flickr

Il BEREC dovrà occuparsi di trasformare il documento in un pacchetto di linee guida per permettere alle Autorità nazionali di regolamentazione di mettere in pratica le norme per una net neutrality europea.

Il 6 giugno il BEREC ha pubblicato la prima bozza e aperto la discussione al pubblico. Data di scadenza, 18 luglio. Resta una settimana prima che l’ente si ritiri per decretare definitivamente le linee guida che dovranno poi essere messe in atto dai singoli Paesi.

Una settimana per salvare l’internet europeo.

Le linee guida pubblicate – sono 47 pagine, le trovate qui – riflettono le stesse dinamiche che avevamo osservato l’anno scorso: uno scontro tra titani, tra Consiglio, fortemente influenzato dal potere lobbistico delle grandi telecom, e il Parlamento, timidamente in favore della net neutrality.

Ricordiamo che a livello Europeo il lobbying è perfettamente legale e che Orange, uno dei titani della cordata 5G di cui parleremo piú avanti, è al 23,6% controllato dal governo francese. I confini tra gli interessi nazionali e quelli privati sono insomma molto tenui.

Alcuni punti salienti dalle linee guida:

  • Lo zero-rating è confermato, ma solo se non infrange altre norme legate all’eguaglianza dei dati. In particolare, lo zero-rating per categoria (come sta facendo T-Mobile negli Stati Uniti) sembra favorito rispetto a quello verso un singolo servizio.
  • I dati “sponsorizzati” restano previsti — ai provider è concesso pretendere pagamenti o firmare accordi ad hoc con ricettori di grandi quantità di traffico per offrire traffico gratuito. È vietato invece pretendere sponsorizzazioni “di riscatto” minacciando di rallentare il traffico internet come fece AT&T e Time Warner con Netflix nel 2013.
  •  Infine il BEREC cerca di definire meglio i “servizi speciali” che per regolamentazione avrebbero titolo a viaggiare piú veloci, ma fallisce nell’andare sufficientemente nello specifico. In particolare, sembra evidente si stia iniziando a definire una scappatoia per provider e: accettare la net neutrality oggi, per limitarla ai soli servizi diffusi oggi.

Günther Oettinger, Commissario europeo per l’agenda digitale, ha accolto con tripudio il “Manifesto 5G” appena presentato da un supergruppo del male di Amministratori delegati delle grandi telco europee – Deutsche Telekom, Orange, Telefonica, Vodafone, e ovviamente Telecom Italia.

Abbiamo parlato con Thomas Lohninger, attivista per i diritti digitali e attuale direttore esecutivo della NGO austriaca Working Group on Data Retention, del manifesto 5G e della bozza BEREC.

“Il manifesto 5G,” ci spiega Lohninger, “non presenta nessuna ragione reale sulla limitazione della net neutrality.”

La vantata capacità di modulare la velocità in base al contenuto, infatti, è responsabilità del singolo terminale, e non del provider, che alla sorgente può comunque fare quanto ritiene.

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“Le ragioni sono sono strettamente economiche, e riguardano il futuro immediato della net neutrality. Studi proiettano il costo dell’infrastruttura 5G, a livello globale, per 4 trillioni di dollari – per farci un’idea. Il costo per un lancio continentale, anche solo in poche città, è colossale.”

Il manifesto disegna insomma un futuro ancora più cupo di quello che gli attivisti temevano — “Quali fruttuosissime infrazioni alla net neutrality possono avere in mente per sostenere che possano coprire costi così esorbitanti?” esclama Lohninger durante la nostra conversazione.

“Negli Stati Uniti, dove le norme sulla net neutrality sono salde, ma lo zero-rating è permesso, abbiamo visto esplodere offerte che immediatamente creano disuguaglianza tra servizi.”

La minaccia, per il traballante mondo delle start up europee – comunque uno dei pochissimi settori in crescita in questi anni – è enorme: se lo zero-rating diventasse la norma, nessuna di queste società, ancora piccole e comunque fuori dai grandi round di investimenti americani, avrà in nessun modo possibiltà di competere con le opzioni offerte dai grandi servizi statunitensi.

“La posizione di Oettinger è profondamente in contraddizione con il suo ruolo — non dovrebbe in nessun modo prendere le parti delle società di telefonia.”

Ma come dicevamo il rapporto tra Commissione e telco è molto particolare, alla fine della nostra conversazione Lohninger descrive il manifesto così: “Non sono argomenti per convincere i politici. Sono argomenti che i politici possano usare come scusa.”

Il conto alla rovescia per la conclusione delle consultazioni è vicino allo zero. E a meno di proteste imponenti, il futuro dell’internet europeo sembra segnato.

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