Marie Colvin – reporter di guerra americana che ha lavorato a lungo per la stampa britannica – moriva quattro anni fa, in Siria, insieme al fotografo francese Remi Ochlik, per un colpo di mortaio nella città di Homs. Il bombardamento, come confermato dalle autorità francesi nelle ore immediatamente successive, era di matrice governativa, in una città – la terza più grande del Paese – all’epoca al centro dei disordini che avevano portato alla guerra civile scoppiata nel 2011 e tuttora in corso.

Ochlik aveva da poco vinto il World Press Photo, con il lavoro sulla guerra in Libia.

Colvin, molto nota tra i corrispondenti esteri, lavorava per il Sunday Times da oltre 25 anni, ed era conosciuta anche per la benda che portava sull’occhio sinistro, lascito del conflitto seguito anni prima in Sri Lanka.

Nei giorni scorsi, a quattro anni dalla morte, la famiglia della giornalista americana ha sporto denuncia contro le autorità siriane, accusando il governo di Assad di “colpire deliberatamente i giornalisti nel Paese in guerra.”

Si tratterebbe di una strategia mirata per mettere a tacere ed eliminare le voci dissidenti e d’opposizione politica tra i giornalisti stranieri e locali che seguono il conflitto.

L’accusa afferma che il regime di Assad ha organizzato una Central Crisis Management Cell, “uno speciale gabinetto di guerra” con il compito di eliminare il dissenso. Questa cellula, agendo e coordinandosi con un informatore, nel caso specifico di Colvin e Ochlik, avrebbe ordinato un attacco missilistico sul media center di Homs che ospitava, tra gli altri, il fotografo e la reporter. Dopo l’inizio del bombardamento, i due hanno cercato di fuggire, ma sono stati uccisi dal colpo di mortaio abbattutosi nella hall dell’edificio.

Gli avvocati della famiglia hanno convocato testimoni, citato fonti governative e documenti scoperti e raccolti in quella che è stata presentata come un’indagine lunga tre anni.

 

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