È inevitabile che, girando per l’Europa in treno, capitino delle giornate in cui, essendo il tuo un viaggio sui treni prima di essere un viaggio da qualsiasi parte, spendi un’intera giornata – appunto – sui treni. Ciò detto, il tragitto Danzica-Amburgo si è rivelato più difficile del previsto. Intricato, twisted oserei dire, visto che l’inglese continua a infilarsi nell’italiano, e l’italiano nell’inglese. Il risultato principale è che le parole che cerco mi vengono alla mente sempre e solo nella lingua in cui non le voglio. Provate voi a scrivere un messaggio in italiano sul cellulare mentre cercate, in inglese, di prenotare una stanza in ostello e vedete che cosa ne viene fuori. Un pasticcio, viene fuori, ecco cosa.

Comunque vi stavo dicendo che uscire dalla Polonia è stata un’operazione particolarmente complessa. Mi ci sono voluti, per arrivare ad Amburgo, 7 treni,  altrettante stazioni per un totale di undici ore e mezza. E dire che, guardando la cartina, il percorso sembrava sufficientemente lineare (altro che “Eva in viaggio”, questo mio blog finirà per chiamarsi “L’eterna lotta alla cartina” – oggi per esempio mi sono distratta un attimo e con un colpo di vento la cartina è finita nel fiume, l’ho interpretato come un segno del destino). Immaginatevi in che stato ero messa quando sono finalmente arrivata alla meta, e state sicuri che ero messa peggio.

Nonostante la prostrazione fisica e psicologica con cui ne sono uscita – e che, essendo io un essere altamente psicosomatico, si è manifestata con una reazione allergica dal mento all’orecchio, dovuta a che non saprei dire, probabilmente ai treni – il viaggio è stato interessante. Sono capitata in posti della Polonia dove mai sarei capitata altrimenti, dimenticati e sperduti. Foreste e campi di grano. Prendete una mappa, seguitemi.

Le tratte delle ferrovie, da Danzica, vanno lungo la costa e si dirigono verso la Germania. E in mezzo non c’è niente. Ma niente davvero. Stazioni che sono una panchina in mezzo ai boschi, e nient’altro. La strada che porta alla panchina nemmeno è asfaltata e ti viene uno strano desiderio di scendere lì, aspettare che il treno riparta e gingillare la consapevolezza che, probabilmente, quello ero l’unico treno della giornata. E poi cosa? Fortunatamente, e imprevedibilmente, i treni polacchi spaccano il minuto. Non c’è il rischio di perdere la coincidenza. Ogni tanto ci sono delle case, qualcuno si affaccia a guardare il treno passare e, non appena è passato, chiude la finestra di colpo, quasi con stizza.

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Ad una stazione che un tempo doveva essere bella, decorata, di ferro battuto, e ora è un ammasso di ruggine, non trovo la banchina del treno. Non ci sono cartelli a indicarla. Esito, fumo una sigaretta – di nascosto, che nelle stazioni polacche non si può fumare – poi mi avvicino a un controllore e gli mostro il nome della prossima stazione sul cellulare, che a pronunciare quell’impronunciabile nome pieno di c e di z non ci provo neanche. Lui guarda il telefono e sorride condiscendente. “Ah yes, she’s dead, doesn’t work” dice. Cosa è morto? Sono perplessa. Spero che non sia il treno, a essere morto. Sarebbe un grandissimo problema. Ripeto la domanda, indicando il nome della stazione. Lui annuisce. Si, va bene. Suppongo si riferisse al wifi, il wifi è morto, non funziona. Okay, però almeno il treno, quello funziona e non è morto. Lo stesso controllore osserva con gioia il mio biglietto interrail, una mezz’ora dopo, quando ormai siamo partiti e che la direzione sia quella giusta lo si spera soltanto. “Ah, Milano!” commenta ammirato, e scorre con un dito la lista delle città da cui sono passata, con espressione a metà tra lo stupito e il confuso, come a dire, ne hai fatta di strada, ma adesso, qui, cosa ci sei venuta a fare, in questi posti di cui non si ricorda nessuno? Non lo so neanche io bene, ma per andare ad Amburgo i treni passavano di li, che si deve fare, era la via più veloce e non mi dispiace averla fatta.

Le fave

Andando in giro, di acquisti poco intelligenti ne ho fatti tanti. Non ho mai comprato cose utili, o di facile e comodo trasporto. O non compro niente, o compro qualcosa di molto ingombrante, pesante, assolutamente irrazionale ai fini del viaggio. Stivali. Cappelli di paglia (in Danimarca). Palle di natale, avete presente quelle carine, i souvenir, che se le scuoti cade la neve finta su un monumento a scelta. Un’edizione di 800 pagine in copertina rigida dei Buddenbrook di Thomas Mann, in tedesco, che ovviamente, non sapendo io il tedesco, non ho mai letto, ma è molto bella, esteticamente (anche il libro è molto bello, nella traduzione italiana dico). Ho un debole per i libri che occupano spazio. Insomma, quando mi ritrovo davanti a un oggetto che so sarà particolarmente d’impiccio per i futuri giorni di vacanza e che sarà difficile da far entrare nella valigia o nello zaino, il mio cervello va in cortocircuito e lo compro.

Quindi a un cortocircuito imputo il fatto che alla stazione di Danzica, dove stavo cercando qualcosa da mangiare per le infinite ore di treno che avevo davanti, sono andata dritta dritta a una bancarella di frutta e verdura e senza esitazione ho comprato un chilo di fave. Un chilo di fave. Tutt’ora non me ne capacito. Quasi mi viene da ridere. Nemmeno mi piacciono particolarmente, a me, le fave. E poi anche se ne fossi ghiotta di sicuro non ne mangerei un chilo. Più tardi, in treno, mentre mi maledicevo perché l’unica cosa commestibile che mi ero portata dietro erano appunto le fave, ho cercato di analizzare il mio istinto. Cosa mi ha portato a comprare in modo così spigliato e irrazionale un chilo di fave? Le ho viste, già sgusciate e insacchettate, in fila sulla bancarella, e non ho saputo resistere. Un cortocircuito appunto. Forse il loro verde pallido si intonava bene al verde del mio zaino? Luccicando sotto la luce al neon della stazione appagavano il mio capriccioso senso estetico? Perché delle fave dovrebbero appagare il mio senso estetico? Devo aver letto da qualche parte che nel sempre affascinante passato i passeggeri dei treni sgusciavano fave guardando fuori dal finestrino. O forse una volta, un personaggio di un romanzo ha sgusciato fave guardando fuori da un finestrino. Non ricordo. Nel film Espiazione – tratto dal crudele e bellissimo libro di Ian McEwan – la madre del protagonista sguscia una fava e sorride mentre il figlio si reca alla cena che gli cambierà la vita (in peggio, ovviamente). Che sia bastato questo? Una scena di un film, e, improvvisamente, per me le fave si sono caricate di un potenziale letterario e poetico, tanto che, ad averle davanti, senza nessun motivo particolare, le ho comprate?

Alla fine di fave ne ho mangiate sì e no una decina, mi sono scarrozzata il sacchetto per buona metà del viaggio e poi, come era giusto che fosse, le ho abbandonate al loro destino sul treno che da Angermuende mi ha portata a Berlino. La loro vista e il loro odore stavano iniziando a darmi sui nervi.

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