Ho passato questi ultimi due giorni a Praga. Che cosa vi devo dire di Praga? Praga, ve l’ho già detto, la conosco bene. Abbastanza bene, per lo meno. Bene come chi ci ha vissuto per un breve periodo di tempo con la curiosità vorace del ventenne che, per la prima volta, vive in una città nuova. Il gusto dell’esplorazione, della scoperta, dell’appropriazione.

Vie, piazze, locali, nomi, una pronuncia discutibile della discutibile lingua ceca. E quando una città la conosco, mi viene difficile raccontarla agli altri. Il familiare è più complesso da condividere. Che vi posso dire? Il tram 22 va da Náměstí Míru a Lazarská, ovvero dalla mia prima casa alla seconda, e l’ho usato per fare il trasloco, mi ricordo. Ho provato a rientrare nell’atrio del bellissimo edificio cubista dove ho vissuto per tre mesi, appartamento al secondo piano, le luci delle finestre erano accese, ma non mi ricordo il codice del cancello. Alla Kavárna Lucerna prima si poteva fumare dentro e adesso non si può più fare, cosa che mi ha creato grande disappunto, perché c’è del voluttuoso, a Praga, nel poter fumare nei locali, e adesso pian piano stanno decidendo anche loro che non è sano e che bisogna smettere. Fuori i fumatori e alziamo i prezzi delle sigarette.

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Che vi posso dire? Ci siete mai stati a Praga? Se sì, sapete quanto può essere bella. Se no, rimediate, presto, che davvero è un luogo magico.

Praga magica. Basta sgomitare per uscire da quelle due o tre vie devastate dal turismo e subito tutto diventa sfumato silenzioso sincero di giorno, rumori vita giovani di notte.

Quindi mi sono concessa due giorni di Praga. Mi sono fatta un regalo, una piccola vacanza dalla vacanza, una parentesi di tranquillità e familiarità. All’arrivo sono scesa alla stazione, e sulla banchina c’erano le mie amiche ad aspettarmi e ad aiutarmi con i bagagli. Un’italiana, una ceca (mezza canadese) e una greca che vanno a casa a Praga, dove il fidanzato francese prepara la cena e guarda la partita degli europei. Sembra una barzelletta. È il mash-up culturale creato dall’Erasmus e, come dicevo nella presentazione di questo blog, sembra che ultimamente l’Europa vacilli, ma in situazioni simili ci si rende conto di quanto siamo europei e quanto sempre di più lo stiamo diventando.

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A tal proposito, vi racconterò la storia della mia amica greca. Le ho chiesto il permesso, ha detto va bene, ma non usare nomi, quindi di nomi non ne userò. Si è laureata in Scienze dell’Educazione in Grecia e non ha trovato lavoro da nessuna parte. Quindi ha preso, ha messo via soldi per tre mesi, ha fatto armi e bagagli ed è venuta a Praga a fare un corso per l’abilitazione all’insegnamento dell’inglese. Perché Praga? Non lo sa, non c’era mai stata, le sembrava una meta piacevole ed economica, un posto da conoscere.

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A Praga ha fatto il suo corso per l’abilitazione all’insegnamento e nemmeno due mesi dopo ha trovato un posto di lavoro fisso, in una scuola, come insegnante dei bambini delle elementari — quello che aveva sempre voluto fare e che avrebbe volentieri fatto anche in Grecia, se fosse stato possibile. E già una storia simile, per noi che siamo così abituati a sentire predicare di sconfitte e poche opportunità, è affascinante.

Ma la cosa più divertente è che a Praga ha conosciuto un ragazzo francese che bazzicava per la città in una vacanza di un mese. Si sono innamorati. Quel mese l’hanno passato insieme. Lui è tornato in Francia e dopo due settimane di separazione la mia coraggiosa amica ha deciso che non aveva nulla da perdere. “La mia coinquilina se ne va e mi lascia la camera con il letto matrimoniale” gli ha detto, “vieni a vivere con me?”

E lui — ci credereste? — è effettivamente venuto. Ha trovato lavoro. Adesso si sono da poco trasferiti in un’appartamento con i muri dipinti di azzurro e di bianco, ed è quasi due anni che stanno insieme.

Mi ricordo che raccontavo a un mio amico, tempo fa, di questo romanticismo da Ventunesimo secolo che sembra a tutti incredibile. (Davvero stanno ancora insieme? Davvero è andato tutto bene?). “Pazzi,” ha commentato lui con diffidenza, e ha aggiunto, “ma forse siamo noi che abbiamo deciso di essere troppo cinici.”

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Due cose, in questi due giorni, mi hanno fatto emozionare della città che non vedevo da più di un anno. Passare davanti alla mia vecchia casa, come è normale che sia. E venire investita dall’odore di fumo, birra, cantina, umidità che ti avvolge sempre quando scendi le scale per entrare in un qualche bar, la sera. I bar di Praga, per la maggior parte e per ragioni che mi sono tutt’ora ignote, sono sotterranei. E il loro odore è inconfondibile. Non posso dire che sia buono, non posso dire che la nebbia di venticinque fumatori in una stanza non ventilata sia piacevole (no, non lo è affatto), e tuttavia a sentirlo ho avuto una stretta allo stomaco e sono precipitata indietro di mesi, con la testa in notti passate a parlare con persone che non so nemmeno più dove siano finite.

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(Ma se sono fuori a bere una cosa con le mie amiche, e chiacchieriamo, e un gruppo di ragazzi vagamente molesti decide di offrirci da bere, a tutti i costi, per forza, uno shot, una sigaretta, vi intratteniamo, intratteneteci, noi amiche cosa dobbiamo fare? Accettare, bere lo shot, srotolare una pigra conversazione delle solite — da dove vieni, cosa ci fai qui, mi piacciono i tuoi occhi, grazie, ma magari se ti allontani un po’ — e poi seminare i turisti andando a ballare, e poi se ti seguono anche lì decidere che è tardi, usciamo dal locale, andiamo a vedere l’alba che ormai è quasi ora? Oppure dire no, grazie, lo shot non lo vogliamo, o lo vorremmo anche ma non vogliamo che ci intrattieni e non vogliamo intrattenerti. Cosa è considerato socialmente preferibile? Cosa offende di meno, o di più, l’orgoglio maschile, se è necessario che l’orgoglio maschile si offenda?)

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C’è un che di traumatico, confesserò, nel passare da giorni di dolcissima solitudine totale a quarantott’ore a stretto contatto con persone che non vedi da mesi, con cui ti devi raccontare tutto, recuperare la distanza, tutte le conversazioni che per cause geografiche non si ha avuto occasione di fare. La compagnia è piacevole, la breve interruzione della dimensione solitaria benefica. Ma poi alle dieci di sera salgo sul treno notturno che mi porta a Varsavia, sistemo il sacco a pelo nella cuccetta, incastro lo zaino sotto il sedile, scambio due parole con la coppia inglese che farà il viaggio con me. Ed è un attimo e sono di nuovo in movimento, sorrido.

È terribilmente scomodo dormire nella cuccetta minuscola, ma si sente il rumore delle rotaie mentre ti addormenti, l’odore della campagna che entra dal finestrino aperto (gli inglesi avevano caldo, hanno deciso di tenere il finestrino aperto. Bello di sicuro, io però ho dormito con un golf, il sacco a pelo e una coperta di lana sopra. Differenze culturali, suppongo) e il giorno dopo ci si sveglia con la luce del mattino in una città nuova.

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