Mercoledì 29 giugno, Facebook ha annunciato una nuova modifica al proprio algoritmo — il meccanismo che, in base alle nostre interazioni, determina ciò che vediamo comparire nel News Feed e in che ordine — affermando di voler favorire il ranking dei post pubblicati da amici e familiari, penalizzando al contrario i contenuti pubblicati dalle pagine.

La decisione arriva a poche settimane dalla polemica sul presunto occultamento volontario di notizie di orientamento conservatore dalla sezione “trending” — una funzione mutuata da Twitter e ancora non disponibile in Italia, ma già bersaglio di critiche e ironie per la preponderanza di notizie irrilevanti.

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Alle prese con un’emorragia di contenuti originali, il social network punta a migliorare il bilanciamento del News Feed, “umanizzandolo” e spingendo gli utenti a trascorrervi più tempo. “L’obiettivo del News Feed è mostrare alle persone i contenuti che per loro sono più rilevanti,” scrive Adam Mosseri, product manager del servizio, introducendo la novità.

Com’era prevedibile, tra le testate di informazione online — che devono a Facebook una porzione sempre maggiore del proprio traffico — si è scatenato il panico. Per le pagine sarà ancora più difficile — e costoso — bucare il tetto della quantità limitata di contenuti che gli utenti consumano ogni giorno, e raggiungere così il proprio pubblico.

Secondo molti osservatori, la modifica peggiorerà ulteriormente i meccanismi distorsivi della percezione degli utenti, le “bolle di filtraggio” e le “camere di risonanza” per cui il News Feed tende a omologarsi a ciò che già pensiamo (com’è naturale, dato che si regola in base ai like), trasformandosi in uno specchio del mondo politicamente compatto, parziale e inaffidabile — effetti ampiamente dimostrati da diversi studi, oltre che dall’esperienza quotidiana di ciascun utente.

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Parallelamente, i sondaggi indicano che sempre più persone utilizzano Facebook come principale canale di informazione, mentre, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, per molti utenti Facebook coincide con internet tout court.

Di fronte a questo quadro, la maggior parte delle reazioni somigliano a quelle che si potrebbero avere di fronte all’atto arbitrario di un monarca assoluto: si va dal timore generalizzato alle suppliche di clemenza.

Il blogger iraniano Hossein Derakhshan ha scritto auspicandosi un cambiamento di policy, così da includere nel News Feed opinioni e storie più diversificate — o, in alternativa, invita gli utenti a “beffare” l’algoritmo mettendo like a contenuti che disapprovano (sì, ci siamo ridotti a questo punto). Sulle pagine del sito della CNN, Amanda Aguilar implora il social network — chiamandolo per nome come se fosse una persona — di offrire più news nel News Feed.

Per affrontare una discussione seria sull’argomento, occorre tenere fermo un punto fondamentale — e, da utenti e produttori di contenuti, fare un po’ di autocritica.

Facebook non è pensato come mezzo di informazione.

Se un numero sempre maggiore di utenti utilizza il social network come principale strumento per informarsi e sapere quello che succede nel mondo, be’, sbaglia, ed è colpa sua. Il comunicato che annuncia l’ultimo cambiamento inizia con una frase limpidissima, che rivendica un ritorno a ciò che era Facebook qualche anno fa, quando gli utenti si iscrivevano per ritrovare i vecchi compagni di scuola (vanificando gli anni passati a far perdere le proprie tracce): “Facebook è stato costruito sull’idea di connettere le persone con i propri amici e la propria famiglia.”

Il punto è stato rimarcato da Emily Peck sull’Huffington Post, che — voce abbastanza isolata — ha accolto con favore la notizia dell’aggiornamento: proprio per la tendenza alla creazione di filter bubble, è meglio che gli articoli sulla Brexit spariscano dal News Feed, per fare posto alle foto delle vacanze degli amici.

Se Facebook è pieno di contenuti editoriali, è per un effetto collaterale: le testate giornalistiche, assetate di pubblico, sono andate a cercarselo lì dove cominciava a trascorrere la maggior parte del proprio tempo, scatenando la febbre dell’oro del like. E il social network ha avuto buon gioco a monetizzare questo interesse.

Quasi contemporaneamente all’annuncio del giro di vite sull’algoritmo, Facebook ha abbandonato definitivamente Paper, un’app separata — lanciata nel 2014 e mai arrivata in Italia — che permetteva di modellare la propria esperienza sul social network proprio a partire dalle notizie, divise per categoria e organizzate secondo un design più complesso del semplice scroll dall’alto verso il basso: in sostanza, un lettore di feed RSS.

Eli Pariser, autore di "The Filter Bubble" / Flickr, Knight Foundation

Eli Pariser, autore di “The Filter Bubble” / Flickr / Knight Foundation

Paper non ha mai avuto particolarmente successo, ma la decisione di rinunciarvi — incorporandone alcune caratteristiche nell’app principale, come la veste grafica e la velocità di caricamento propria degli Instant Articles — può essere interpretata anche come un’ulteriore mossa per tirarsi fuori da un’ambiguità pericolosa, sfuggendo gradualmente alle responsabilità (editoriali, deontologiche) che investono qualsiasi soggetto attivo nell’industria dell’informazione.

Per questo, è ancora più illogico chiedere a Facebook — il cui obiettivo primario resta quello di tenere gli utenti il più possibile all’interno del sito, massimizzando i propri profitti — di assumere paternalisticamente un ruolo di servizio pubblico: altro discorso sarebbe riconoscere che questo ruolo di servizio viene svolto di fatto (in alcuni casi anche programmaticamente, come per il già citato progetto internet.org nei Paesi in via di sviluppo), e quindi ipotizzare una sorta di gestione pubblica dell’azienda.

Dato che quest’ultima prospettiva è piuttosto remota, possiamo di sicuro fare una cosa: smettere di pretendere che Mark Zuckerberg faccia il lavoro sporco per noi — informarci — e tornare a diversificare le nostre fonti di informazione sul web.

In linea teorica nulla ci impedisce di utilizzare Facebook come un aggregatore di Feed RSS: basterebbe disattivare dalla home i post degli esseri umani e seguire soltanto le pagine di informazione. È possibile anche bypassare l’algoritmo, impostando il News Feed in ordine cronologico — tornando a una purezza che ormai non ha più neanche Twitter.

Se non lo facciamo, è perché in realtà il tanto vituperato algoritmo — con il suo mix di meme, video divertenti, selfie di amici, opinioni non richieste e articoli allineati con il nostro orientamento politico — ci piace. L’importante è esserne consapevoli.

 

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