Le tracce del passato coloniale sono ovunque. Sono nomi di strade, palazzi e musei. Parole, retoriche e rituali collettivi. Un patrimonio culturale che spesso rimane nascosto nell’ombra di una storia non raccontata, o raccontata male. Tra il 1945 e il 1949, però, è un fatto documentato che i Paesi Bassi tentarono invano di mantenere il controllo sul più grande dei propri possedimenti asiatici: l’arcipelago indonesiano. Lo fecero, in prima battuta assieme agli inglesi, combattendo una guerra sporca segnata da massacri e durissime operazioni di “polizia coloniale”.

70 anni dopo gli archivi di stato sembrano armadi della vergogna: rapporti, liste di morte e testimonianze raccontano infatti una violenza strutturale e cieca (anche) nei confronti della popolazione civile da parte dei soldati oranje. Con tanto di esecuzioni sommarie, torture e stupri di gruppo.

“Quando sono arrivato, nel ’69, di tutto questo non si sapeva nulla. E nessuno ne parlava. L’Indonesia per gli olandesi era solo una meta turistica.”

Racconta Jeffry M. Pondaag, indonesiano di discendenza olandese e fondatore della Comité Nederlandse Ereschulden, associazione indipendente per i Debiti d’Onore Olandesi.

“Da oltre dieci anni uno degli scopi principali della Comité è proprio quello di ottenere compensazioni per i crimini commessi dall’Olanda durante il periodo ’45-’49,” spiega Jeffry ,“anche se pochi lo sanno. Quasi mai siamo menzionati dalla stampa e le autorità spesso rimbalzano le nostre richieste da un ufficio all’altro.”

Le lotte della Comité si combattono, e si sono combattute, in sede civile dato che negli anni ’70 il Regno dei Paesi Bassi, a seguito della pubblicazione di questo rapporto ufficiale sugli “eccessi” coloniali, decise di auto-assolvere se stesso e i propri comandanti. Il tutto invocando lo strumento della prescrizione anche se, quasi contemporaneamente, l’Olanda dichiarava imprescrittibili i crimini di guerra commessi dai soldati del Reich durante l’occupazione nazista.

Ribelli indonesiani nel 1946.

Ribelli indonesiani nel 1946.

“Ci siamo rivolti ad avvocati specializzati in diritti umani”, continua Jeffry, “E qualche anno dopo lo Stato fu dichiarato responsabile per il massacro di Rawagede, avvenuto il 9 dicembre 1947. La difesa provò nuovamente a invocare la prescrizione, ma il tribunale decise che la gravità dei fatti non prevedeva scadenze giuridiche. Così nel 2013 vennero rimborsate dieci vedove i cui mariti erano stati sommariamente giustiziati dalle truppe coloniali. 20.000 euro in tutto.”

Non finì lì. “Nel 2012 è toccato ad altrettante vedove originarie, questa volta, del Sulawesi Meridionale e ai loro figli. A fine del 2014 è partito invece il caso Yaseman, uno dei tanti prigionieri torturati dai soldati olandesi. E qualche settimana fa la magistratura ha deliberato sul caso Tremini: una diciottenne stuprata il 19 febbraio del 1949 da un gruppo di militari. Settant’anni dopo ha ricevuto 7.500 euro.”

Qualcosa di nuovo sotto il sole, insomma, pare esserci. “Però le scuse ufficiali per tutte le azioni coloniali non sono mai state fatte. Il governo ha sempre precisato che i rimborsi erano questioni individuali. Senza contare che la Casa Reale non ha mai riconosciuto i crimini di guerra,”conclude amaro Jeffry.

Lo Stato, negli anni, ha sempre mantenuto un basso profilo prendendo accuratamente le distanze da questioni considerate appannaggio della magistratura o, tuttalpiù, beghe da storici.

“Il governo non ci ha mai apertamente osteggiato, ma non è mai stato troppo solerte”, conferma Liesbeth Zegveld, avvocatessa incaricata dei casi e professoressa di War Reparations all’Università di Amsterdam, “Nonostante ci sia una commissione che consulta i documenti d’archivio, nessuno va a cercare le vittime dei crimini di guerra.”

“Poi stiamo parlando di processi civili,” continua l’esperta, “per quanto riguarda il penale, invece, dopo l’auto-assoluzione ci sono stati un paio di tentativi, ma sono sempre falliti. Per questo stiamo valutando di ricorrere contro i Paesi Bassi. Perché la prescrizione dei crimini di guerra è un chiaro esempio di legislazione illegale.”

A colpi di risarcimenti, insomma, la Zegveld continua a trascinare il proprio governo davanti ai giudici. “Una delle nostre richieste più importanti è stata accolta”, racconta, “ovvero che i magistrati possano visionare tutti i documenti disponibili e che vi sia un’indagine approfondita su quanto accaduto. Abbiamo anche ottenuto una procedura per regolare le richieste di risarcimento che in un certo senso facilita le cose.”

Il governo, tuttavia, si è dimostrato un ottimo temporeggiatore. “Sì. L’iter burocratico è lungo e complicato,” conclude Liesbeth, “servono molti documenti e molto tempo per visionarli. E il governo adotta una politica dell’attesa. Perché è chiaro che il tempo gioca a sfavore dei superstiti.”

King's African Rifles durante un addestramento in Kenya, 1944.

King’s African Rifles durante un addestramento in Kenya, 1944.

Così, negli ultimi tempi e nonostante le pigrizie amministrative, i Paesi Bassi hanno visto moltiplicarsi i casi che riguardano cittadini delle ex-colonie; questione ben diversa dal pagamento dei danni di guerra. Senza contare che assieme ai filoni d’inchiesta, sebbene con decenni di ritardo, stanno finalmente emergendo le malefatte finora taciute dell’esercito olandese: da Java a Sumatra, passando per il Sulawesi Meridionale.

Indice di tempi che cambiano? Forse. Nel Regno Unito sono già due i casi che hanno coinvolto migliaia di superstiti della repressione coloniale contro i Mau Mau. Nel 2013 il governo pagò quasi 20 milioni di sterline, mentre deve ora affrontare le richieste di risarcimento avanzate da 40.005 kenioti. Stessa idea l’hanno avuta i famigliari di 33 manifestanti disarmati massacrati nel Nyasaland – oggi Malawi – dalle truppe coloniali della Regina. E mentre anche in India qualcuno accenna a richieste di risarcimento, la Caribbean Community da tempo vorrebbe portare in tribunale Francia, Inghilterra e Olanda per i danni causati dalla tratta degli schiavi.

E proprio in India, Kenya e Malawi l’argomento delle compensazioni coloniali sensibilizza non poco politici e media. In Indonesia, però, tutto tace. “Qui non c’è dibattito politico in merito. Con l’ex presidente Yudhoyono era diverso, ma il governo attuale preferisce guardare al futuro piuttosto che al passato,” racconta infatti Bastiaan Scherpen, Senior Editor per il Jakarta Globe, tra i maggiori quotidiani anglofoni dell’arcipelago.

“La stampa riporta solamente le notizie dai quotidiani olandesi,” continua il giornalista, “ma tratta la questione sempre nella sezione Esteri. Poi sì, le violenze coloniali si studiano a scuola perché la lotta contro gli olandesi è un capitolo centrale della storiografia nazionalista indonesiana. Ma finisce lì: abbiamo combattuto e adesso siamo indipendenti.”

Senza contare che a scavare negli anni, in particolare a mettere le mani nei cinerari delle guerre sporche, non si sa mai dove si va a finire.

“Proprio come l’Olanda, anche l’Indonesia ha molto lavoro da fare sul proprio passato. Ma i governi guardano avanti perché siamo in un periodo di buone relazioni diplomatiche che nessuno è interessato a rovinare.” Del resto è cosa nota che buoni legami consolari significano, in ultimo, ottimi rapporti commerciali.

Se per l’Indonesia è quindi una questione di business, anche in Europa c’è chi fa orecchie da mercante. L’Italia, per esempio. Qui straparlano i musei del Fascismo e i santuari dedicati ai criminali di guerra; gli archivi coloniali chiusi, disordinati e frammentati; i manuali di Storia alla camomilla pubblicati dall’Ufficio Storico dell’Esercito. Almeno finché i parenti delle vittime di massacri quali Debre Libanos e Zeret, delle operazioni di “polizia” in Libia, Grecia, Albania e Jugoslavia, o di chi passò anni in campi di concentramento come Danane, non alzeranno la voce.

*Supporto linguistico: Gerben Oling

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