Una delle caratteristiche più vistose della crescita elettorale del Movimento 5 Stelle è la sua distribuzione territoriale, ancora piuttosto disomogenea. Il clamore per la vittoria di Virginia Raggi e Chiara Appendino ha fatto passare in secondo piano i risultati non altrettanto entusiasmanti — ma comunque rilevanti — ottenuti nelle altre grandi città.

Si nota una crescita a doppia velocità: quella abnorme che ha interessato Roma e Torino, dove le liste del M5S hanno visto levitare, rispettivamente, di 33 e 25 punti percentuali i propri consensi al primo turno rispetto al 2011; e quella più moderata e graduale di Milano, Napoli, Bologna e Cagliari, dove i pentastellati crescono regolarmente di 7–8 punti.

A Milano il candidato sindaco Gianluca Corrado si è assestato poco sopra il 10%, guadagnando al Movimento tre consiglieri comunali rispetto all’unico della scorsa legislatura – il giovanissimo candidato sindaco Mattia Calise, che aveva ottenuto il 3%. Una crescita da non sottovalutare, dunque, soprattutto se confrontata con quella della Lega Nord, che, nonostante l’iper–esposizione mediatica di Matteo Salvini, è cresciuta di soli 3 punti rispetto al 2011, eleggendo quattro consiglieri comunali.

Una delle interpretazioni che si sono sentite ripetere più spesso nei giorni dopo il voto — il Movimento 5 Stelle non vince dove mancano casi macroscopici di mala-amministrazione — non basta a spiegare un quadro più complesso, soprattutto dopo la vittoria a Torino, largamente inaspettata. Le disparità regionali sono, piuttosto, il frutto naturale di una crescita tumultuosa: cinque anni fa il M5S otteneva dovunque percentuali sotto il 5%, mentre oggi oscilla sul 25 a livello nazionale. Se a Torino e a Roma è stata indovinata una ricetta giusta, con due candidature carismatiche favorite dai rispettivi contesti politici cittadini — soprattutto nella Capitale, dove non c’è neanche bisogno di commentare l’autodistruzione del PD — negli altri grandi comuni è normale che il dato locale si allinei più lentamente a quello complessivo del Paese. I comuni più piccoli meriterebbero un discorso a parte — il M5S ha vinto la scorsa settimana 19 ballottaggi su 20.

Per questo il morale tra gli attivisti milanesi è alto, nonostante la prospettiva di cinque anni di lavoro di opposizione in netta minoranza.

Nella sezione milanese del Movimento sulla piattaforma MeetUp (Grilli Milano) risultano più di 2600 iscritti, e le riunioni in programma si susseguono a cadenza praticamente quotidiana. Il Movimento è riuscito a eleggere tra i due e i tre consiglieri in ciascuno dei nove consigli municipali. Un solo consigliere nel Municipio 1, quello del centro città: Giuseppe Ventura, 54 anni, che ho incontrato alla prima riunione post-elettorale del gruppo di zona, mercoledì 22 giugno.

Non avendo vere e proprie sedi di partito, gli attivisti cinque stelle si riuniscono soprattutto in bar e locali pubblici. La riunione del gruppo di zona 1 si è svolta nella sala al primo piano del Caffè Carlino, in via Mazzini, a due passi dal Duomo. Diciotto partecipanti, soprattutto uomini, età media sopra i quarant’anni. Uno solo è sotto i trenta (oltre a me): Simone, nato a Roma, vissuto a Helsinki per un breve periodo — la sua decisione di avvicinarsi al Movimento 5 Stelle, racconta, è nata proprio dal desiderio di vedere applicato a Milano il modello di mobilità urbana della città finlandese. Non è l’unico che partecipa per la prima volta. L’impressione generale è — piuttosto inaspettatamente, non fosse per la centralità della zona — di borghesia medio-alta.

C’è un’architetta, con esperienza decennale in consiglio di Zona insieme ad altre formazioni politiche, e membro di un comitato anti-movida (posizione che difficilmente si immagina ufficializzata, nel partito più votato tra i giovani); un ingegnere civile; un medico; un pensionato attivista di Ciclobby; un pilota di aerei; lavoratori nel settore della finanza e dell’editoria.

Eterogeneità e interclassismo del M5S sono rivendicati dallo stesso Ventura, quando gli chiedo se non pensa che motivazioni sociali e di classe possano aver influenzato il mancato “boom” del Movimento a Milano.

Eppure, tanto a Roma quanto a Torino le mappe del voto sono più che eloquenti nel mostrare due città nettamente divise fra un centro storico a maggioranza PD e una periferia a cinque stelle.

Anche a Milano, il Municipio 1 è quello dove il Movimento di Grillo è andato peggio.

Quasi tutti gli analisti politici hanno rilevato questo dato. Su Doppiozero, lo storico Marco Revelli ha parlato di una “mutazione genetica” del PD: impercettibilmente, senza cambiare pelle, il partito nato per rappresentare gli ultimi, la città dei margini (anzi delle “Barriere”) e del salario, è diventato il partito dei primi.

Il Movimento 5 Stelle, pur confusamente, cerca di incunearsi in questo vuoto. Per questo, nonostante una parte considerevole del suo programma (o dei suoi “valori,” come dicono spesso) sia sovrapponibile a quello di un partito di sinistra, è sempre il PD il primo nemico da battere.

Tra gli attivisti di Milano non manca comunque l’autocritica: “A Milano purtroppo il Movimento non è mai stato in partita. È mancata un’azione politica incisiva negli anni passati, con la conseguenza che i milanesi, non conoscendoci abbastanza, hanno ritenuto di dover concentrare il voto sui due poli del secolo scorso: centrosinistra e centrodestra,” dice Ventura.

A penalizzare ulteriormente il M5S è stata certamente la gestione poco strategica della candidatura a Palazzo Marino, con il ritiro della vincitrice alle “comunarie” Patrizia Bedori ora eletta in Consiglio comunale colpevole forse di non avere lo stesso appeal giovanile delle sue omologhe Raggi e Appendino. Il ripiego su Gianluca Corrado terzo classificato alle comunarie, a cui avevano partecipato comunque soltanto circa 300 persone è avvenuto dopo un voto confermativo online, con un suffragio di 634 su 876.

Una vicenda che mette in luce come uno dei principali problemi del Movimento sia ancora la selezione delle candidature. Il nuovo “sistema operativo” (in realtà una piattaforma online) sviluppato dalla Casaleggio e Associati e presentato ad aprile scorso, Rousseau, dovrebbe centralizzare in futuro tutte le operazioni di voto e consultazione online, sostituendo gradualmente il blog di Grillo e la stessa piattaforma MeetUp, ma il suo funzionamento è ancora da vedere — e, soprattutto, non è accessibile né al pubblico né agli iscritti al M5S dopo gennaio 2015.

All’incontro in zona 1 non se ne parla. Si discute di come organizzare il lavoro, si esulta per la vittoria di Vimercate, si esprime paura per gli attacchi incrociati che arriveranno a Roma e Torino. Qualcuno dice che “probabilmente non prenderemo Milano nemmeno fra vent’anni,” ma Ventura non condivide questo pessimismo.

“Penso piuttosto che qui siamo in ritardo, perché il Movimento ha raggiunto solo con queste elezioni la rappresentanza istituzionale che a Roma e Torino era stata conseguita già 5 anni fa. Il bicchiere mezzo pieno è rappresentato dal fatto che il nostro consenso è in grande aumento, e che dopo queste elezioni il Movimento è presente in tutti i Municipi ed ha triplicato la presenza in Consiglio Comunale. Il vento sta cambiando, anche a Milano.”

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