Nei sei anni tra il 2003 e il 2009, l’Unione Europea ha deciso di smettere di provare.
È stato un processo lento, una morte per a thousand paper cuts, direbbero gli inglesi che votano oggi.
L’Unione Europea ha smesso di provare proprio mentre le si riconosceva l’impegno di fare qualcosa di piú. Erano gli anni in cui si parlava di Costituzione europea.

La Costituzione europea aveva un sacco di problemi — i piú dipendevano dal fatto che il nome sulla scatola non corrispondesse a quello che c’era dentro: non era una Costituzione.

La Costituzione europea non era una costituzione perché non codificava una nuova sovranità.

La Costituzione europea era un trattato — con lo scopo di sostituire tutti i trattati precedenti che ne definivano competenze, per raggiungere un assetto politico chiaro.
Nel suo non essere né carne né pesce, la Costituzione europea riusciva a non piacere a nessuno.
In una dinamica che ricorda molto da vicino la danza tra politica e media nel Regno Unito dell’ultimo mese, molti Paesi decidono di affidare l’approvazione del trattato ad un referendum popolare. L’inesistente sincerità della scelta è facilmente misurabile agli occhi di un commentatore del 2016, considerato il ben diverso trattamento riservato a un altro trattato altrettanto malvisto — il TTIP.

La trafila inizia a fine 2004, e nel 2005 l’Italia berlusconiana, ancora ingenuamente astroeuropeista, firma il trattato ratificato da Camera e Senato. Siamo il primo Paese fondatore a firmare la Costituzione, ed è occasione mediatica per una bella festa. La festa dura solo due mesi — il 29 maggio e il 1 giugno Francia e Paesi Bassi schiacciano il sogno europeista moderato sotto il tacco del consenso popolare.

È uno dei grandi nonsense della Storia europea recente — in Francia l’approvazione è bocciata da un asse largamente progressista (insieme all’assist nazionalista del FN e dei cattolici), accusando la Costituzione di essere esclusivamente un trattato commerciale, troppo neoliberista e che non faceva fare nessun passo avanti all’Europa. Nei Paesi Bassi, il contrario: la Costituzione viene bocciata dal voto sotto pretese nazionaliste — si ignorano i contenuti del testo, contenuti che sarebbero poi stati sottoscritti nel Trattato di Lisbona dagli stessi Paesi Bassi guidati dallo stesso Balkenende, per fulminare la carta.

È un capolavoro: per la sinistra non è un documento sufficientemente avanzato, per la destra, c’era “europea” nel nome e non va bene a prescindere. Nel contesto delle rispettive ideologie e posizioni, entrambe le posizioni sono corrette. Ma è un colpo mortale al morale europeista, che di fatto non si risolleva.

L’ultima volta che si è parlato di Europa come se ne parlava lo scorso decennio furono le elezioni europee del 2009. Era poco piú di sette anni fa, il 7 giugno 2009, quando Tommaso Padoa Schioppa scriveva in un editoriale per il Corriere della Sera, fondamentalmente invocando una rivoluzione dall’alto del Parlamento europeo.
Scriveva:

 European_flag_outside_the_Commission Proviamo a immaginare. Appena insediatosi, in una mozione votata da tutti i suoi gruppi, il nuovo Parlamento dichiara che di fronte alla crisi, al disgregamento del mercato unico, al mutare degli equilibri mondiali, alla palese impotenza dei Paesi europei singolarmente presi, allo spreco di risorse insito nella frammentazione della spesa, un mutamento di rotta s’impone.

  Il Parlamento decide due mosse. Primo, rivendica a se stesso la scelta del presidente della Commissione (e dei commissari). Poiché anche nell’Unione, come in ogni democrazia parlamentare, mai l’esecutivo potrebbe insediarsi senza un voto di fiducia, sappiano i primi ministri e il Consiglio europeo che – come per qualsiasi capo o re degli stati membri – un annuncio non concordato con i rappresentanti eletti dal popolo verrà bocciato. Secondo, il Parlamento chiede un’immediata e radicale riforma del bilancio dell’Unione e quindi delle politiche comuni: spesa flessibile e discrezionale, nessuna rigida ripartizione per destinazioni nazionali, vere fonti di entrata europea, nuove risorse per attuare le politiche comuni previste dai Trattati e finora impedite dal Consiglio.

  Le due mosse sconvolgono il modus operandi dell’Unione e ne bloccano il funzionamento: cessazione dei pagamenti e delle procedure, proteste dei destinatari della spesa, dimostrazioni di piazza. Il Parlamento non cede. Alla fine, dopo mesi di paralisi i governi, il Consiglio (il cartello dei non-volenti, l’immenso tavolo dove i ministri nazionali recitano le dichiarazioni preparate dai loro funzionari) capiscono che il gioco è cambiato, si rassegnano al costituirsi di un potere nuovo in Europa. Una paralisi totale di alcuni mesi è più intollerabile (ma meno dannosa) dell’emiparesi in cui l’Europa languiva da decenni. Qualche Paese che non ci sta decide di uscire dall’Unione, ottenendo di conservare i diritti acquisiti.

Era il 2009, e malgrado i duri colpi all’europeismo, nel contesto della crisi finanziaria che stava travolgendo l’economia, nuovi spazi per un colpo di mano europeo c’erano. Lo scenario che descrive restava impossibile, di fatto idealizzato, ma il contesto sarebbe stato profondamente diverso, se quattro anni prima si fosse fatto un vero passo avanti verso una Costituzione — possibilmente vera, in un secondo tempo.

Perché apriamo questa lunga parentesi storica?

Perché oggi in Regno Unito, come undici anni fa in Francia e Paesi Bassi un popolo nazionale vota per il futuro di tutti gli altri. È una forma di nazionalismo implicito, che mette in pericolo l’economia di un continente per quella che era originariamente una boutade di un candidato premier alle corde.

Non sappiamo, poi, se questo pericolo sussista effettivamente: ci viene detto da politici, e da fior fior di editorialisti, ma si naviga in acque sconosciute, ed è inevitabile chiedersi se le paure di instabilità siano drogate quanto i fervori separatisti britannici.

Non cambia la sostanza — questa notte l’Europa dorme con un occhio aperto, se dorme, per vedere cosa vuole fare una regione che non ha la moneta unica e a cui è già stato riconosciuto status di primo tra pari. È impossibile immaginare un futuro per l’Europa se a ogni curva un Paese può frenare tutto il continente, ma è oggi di fatto impossibile immaginare una corsa verso l’Europa Unita che arrivi dall’alto e non dal basso.

Allo stesso tempo, è assolutamente improbabile che si formi una “base elettorale” riunita attorno al sogno post-Seconda guerra mondiale degli Stati Uniti d’Europa — provate a nominare un partito genuinamente europeista in tutta l’Unione. E, in ogni caso, è difficile pensare che l’Europa possa sopravvivere, uguale ad oggi.

Siamo alla fine dell’Unione Europea come la conosciamo?
La Brexit scatenerà una nuova crisi economica e finanziaria o “soltanto” un’esplosione di euroscetticismo per il continente? Lo scopriremo nei prossimi mesi.
Ma inizieremo questa notte, nella nostra diretta su Twitter.

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