“Una serata probabilmente piena di brividi e di sorprese,” dice Mentana a un certo punto della sua ennesima maratona-fiume elettorale, una delle cose più noiose eppure — inspiegabilmente — appassionanti della TV italiana.

Brividi non ce n’è. La sorpresa, invece, è sempre la stessa: come faccia Enrico Mentana a infarcire ore interminabili di commenti politici — con i soliti autorevolissimi commentatori, quali Aldo Cazzullo e Claudio Cerasa (per fortuna c’è sempre Marco Damilano che alza il livello) — su qualcosa che potrebbe riassumersi in pochi quarti d’ora, una volta che siano arrivati dai seggi risultati definitivi o almeno prossimi al definitivo. Invece no, Mentana addirittura comincia la diretta un’ora prima che chiudano le urne. È un’attitudine quasi flaubertiana: ce que j’aimerais faire, c’est une émission sur rien.

Ma il fenomeno più interessante è la statura di culto che Mentana, con il suo TG e le sue dirette, ha raggiunto negli ultimi anni. Consacrato dall’imitazione di Crozza — in uno dei momenti più autoreferenziali di La7 — il giornalista è definitivamente diventato la caricatura di se stesso.

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(Foto via.)

Ieri sera, l’hashtag #maratonamentana era trending topic su Twitter ore prima dell’inizio della trasmissione — per poi rimanere stabilmente in sovrimpressione durante la diretta, nonostante lo stesso anchorman abbia abbandonato il social network qualche anno fa come un nume irato. (Cosa c’è di più triste di chi twitta su #maratonamentana? I giornali che ci ricamano sopra.)

A scorrere brevemente il flusso di tweet, si capisce chiaramente quello che si sa già: nessuno segue la diretta di Mentana per il suo effettivo contenuto informativo. La maratona ha assunto ormai un valore quasi soltanto folkloristico — e Mentana ha avuto un buon gioco ad alimentare questa tendenza, accentuando sempre più la propria natura di personaggio prima che di giornalista. Così, gli ehm interminabili, le battutine, gli errori, le scenette comiche con i vari Celata e Sardoni diventano parte integrante e imprescindibile dello show, invece che indizi di scarsa professionalità. Il risultato è un meta-giornalismo televisivo che spesso e volentieri rasenta il grottesco.

Ma come è cominciato tutto questo?

(Maratona before it was cool)

Icona dell’informazione su Mediaset per oltre quindici anni, quella di Enrico Mentana in realtà è sempre stata una figura para-macchiettistica. Perfettamente a proprio agio nel minestrone trash dell’epoca d’oro berlusconiana, sin dagli esordi si sprecavano battute e ironie sui suoi riccioli ribelli, sul suo eloquio rapido e fluente (tanto da essere soprannominato “mitraglia” e guadagnarsi un’imitazione di Corrado Guzzanti — poi dev’essere successo qualcosa), sui fuori onda, sul suo essere il belloccio ma allo stesso tempo il nerd, il geek dell’informazione di Cologno Monzese, con quegli occhiali a montatura spessa così anni ‘90. Qualche sospetto forse doveva venire già nel 1986, con la sua partecipazione a Superfantozzi.

 

 

La rottura con Mediaset — motivata dal rifiuto della rete di mandare in onda uno speciale di Matrix al posto del Grande Fratello, in occasione della morte di Eluana Englaro — sembrava rappresentare una cesura netta, il segno della maturazione definitiva del giornalista, troppo professionale e serioso per l’ambiente caciarone di Mediaset. Per questo, La7 doveva essere l’approdo perfetto: rete di nicchia, bollata come radical chic, lontanissima dallo stile di Emilio Fede e Striscia la notizia.

Ma niente: la ri-emersione del personaggio-Mentana è andata di pari passo con la popolarizzazione della rete sotto la gestione di Urbano Cairo (il punto di non ritorno è stato segnato dalla fuga di Gad Lerner, che pur di cercare una rete ancora più di nicchia è andato a Laeffe TV).

Così, le maratone — in occasione di qualsiasi evento politico di rilevanza appena superiore alla media — sono diventate il simbolo tradizionale di un Mentana già abbastanza ubiquo, amatissimo dal proprio pubblico nonostante l’ego sconfinato — che viene scambiato erroneamente per autonoma spregiudicatezza — e una professionalità traballante che, invece di penalizzarlo, lo umanizza e lo avvicina ancora di più alla schiera in crescita dei suoi supporter.

Nella grave carenza generale dell’informazione, tanto nella televisione pubblica quanto in quella commerciale, Mentana è un appiglio di cui si può almeno sorridere: in mancanza di un servizio televisivo di informazione, cronaca e dibattito politico adeguato (soprattutto dopo il terribile livellamento verso il basso dei talk show à la Floris), ci accontentiamo di una sua semi-caricatura.

Insomma: siamo finiti a venerare Enrico Mentana esattamente come siamo finiti a votare Beppe Sala.

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