A Sud di Piazzale Corvetto c’è un intero quartiere di case popolari che nessuno sa bene come chiamare. Alcuni sono convinti che il nome corretto sia Case Mazzini. La maggior parte, però, parla della zona semplicemente come “Il Corvetto.” Per chi viene dal centro della città, raggiungerlo è facile: si scende dalla M3 e si imbocca il grande ma breve viale alberato che si allunga verso Sud. In fondo, Piazza Rosa. In fondo a Piazza Rosa, il Corvetto.

Il Corvetto, negli ultimi anni, è stato più volte al centro della cronaca cittadina. Nel novembre del 2014 la polizia iniziò a sgomberare sistematicamente gli alloggi occupati, oltre al centro sociale Rosa Nera, la principale realtà autonoma del quartiere. La resistenza degli occupanti e degli antagonisti sfociò in scontri, cassonetti incendiati, tafferugli. Oggi le Case Mazzini restano una ferita aperta nella città. Molti degli edifici sono in stato di profondo degrado e la situazione sembra non volersi sbloccare mai.

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Il primo nucleo di case popolari risale al 1930. “All’epoca erano all’avanguardia: sono state le prime case popolari di Milano con i servizi in ogni appartamento, anziché sulla ringhiera. Vennero concepite per ospitare dipendenti comunali di ogni livello, non solo per dare dimora alla fascia bassa della popolazione. Poi però sono state abbandonate a loro stesse. Questa casa è stata restaurata l’ultima volta nel 1960,” afferma un’inquilina di uno stabile in via Mompiani. Da allora, l’unico restauro è stata qualche verniciatura e alcuni interventi sui balconi. “A quanto pare, qualche anno fa, Aler era stata costretta a restaurarne, mi pare, 100. La cosa divertente è che 100 in effetti poi le ha restaurate, ma si è fermata lì: quello a fianco era il centounesimo, e non l’hanno nemmeno toccato.”

L’Azienda Lombarda per l’Edilizia Residenziale è proprietaria della maggior parte delle case del quartiere — come del resto di Milano — e versa da anni in una profonda crisi. Gestita dalla Regione, nel 2015 ha registrato in bilancio un buco da mezzo miliardo di euro. Girando per il quartiere, non si trova un solo inquilino che sia disposto a parlarne bene. Il bilancio bucato è frutto di gestioni poco chiare e scelte finanziarie sbagliate. Nel 2007, l’azienda sottoscrive 19 “contratti di quartiere” per riqualificare un gran numero di immobili in tutta la regione, da finanziare con soldi pubblici. Vengono stanziati 183 milioni, ma ne vengono spesi solo 106. Secondo Il Fatto quotidiano, nessuno sa dove siano finiti gli altri. Di certo non al Quartiere Mazzini, che a parte un piccolo angolo toccato dai restauri continua a cadere a pezzi.

Alcuni residenti accettano di farci scattare delle foto al cortile del loro stabile. L’interno della corte dovrebbe essere di cemento o asfalto, ma il materiale è colorato a larghe chiazze di verde per via di muschio, muffa, umidità e altro.

“Sotto quel tombino è pieno di merda. L’altra sera è venuto il temporale, ed è venuto su tutto. L’acqua arrivava fin qui sotto,” ci racconta una signora anziana affacciata al balcone insieme alla figlia.

A differenza di altri quartieri popolari di Milano, dove si respira una maggiore unità sociale tra i residenti, qui la situazione sembra essere nervosa e sfilacciata. La percentuale di alloggi occupati o abitati da inquilini morosi è molto alta — secondo Aler, un inquilino su tre è abusivo. Tuttavia, il fenomeno è causato soprattutto dalla percentuale ancora più elevata di alloggi vuoti, chiusi in alcuni casi da decenni: Aler continua a non assegnarli nonostante le circa 23000 domande attualmente al vaglio del Comune. Aler sostiene che siano inagibili: andrebbero restaurati ma non ci sono i soldi per farlo — solo a Milano sono più di 5000. “Aler in alcuni casi li devasta: rompe i lavandini, li rende inagibili, così che non si possano occupare,” afferma una nostra fonte all’interno della coalizione di centrosinistra. Ma non basta a scoraggiare le occupazioni. Gli alloggi vuoti vengono anche bloccati con pesanti lastre di ferro, che però spesso vengono divelte.

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Stefano Parisi, il candidato sindaco del centrodestra, ha dichiarato che gli sgomberi degli inquilini abusivi sarebbero una delle sue priorità assolute, nel caso in cui venisse eletto. Alle elezioni di domenica, la sua coalizione è risultata la più votata nel quartiere. “L’unica volta che il centrosinistra ha vinto è stata cinque anni fa, con Pisapia,” afferma il segretario locale del PD Roberto Poli. “Qui in genere vince il centrodestra, nonostante abbiano una visione politica e della città piuttosto limitata. Il candidato che ha raccolto più voti, qui, è Pietro Celestino di Forza Italia, che non ha fatto campagna elettorale sul degrado del quartiere, ma sul ripristino del vecchio tracciato della linea di autobus 77, che durante l’assessorato di Maran è stata leggermente deviata. Votatemi e rimetterò la vecchia 77! e ha raccolto un sacco di preferenze.”

La situazione elettorale forse si può spiegare con l’astensionismo e la condizione giuridica di chi risiede nel quartiere. Chi non ha la cittadinanza italiana, ovviamente, non può votare, e chi è abusivo è pressoché impossibilitato a farlo: a Corvetto, queste due categorie costituiscono una grossa fetta della popolazione e soprattutto della classe sociale più umile, che almeno in teoria dovrebbe votare a sinistra. A schierarsi dalla parte degli occupanti sono soprattutto gli storici ambienti anarchici della zona, che però sono in gelidi rapporti con il PD e il suo elettorato, composto per la maggior parte di residenti storici e regolari. Questo si spiega con il fatto che, in occasione degli scontri di due anni fa, i militanti anarchici organizzarono una rappresaglia al circolo democratico locale, dove era in corso una riunione, danneggiandolo e mettendolo a soqquadro. Tra i due litiganti, il terzo a godere è il centrodestra e la sua classica propaganda: “Un altro esempio. Al centro di Piazza Rosa c’è una fontana. D’estate, molti extracomunitari ci fanno il bagno. La destra parlava di toglierla. Chissà, magari se verranno eletti lo faranno. È su cose così che basano la campagna elettorale,” continua Poli.

 

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Per quanto possa avere il sostegno di una fetta sorprendente di abitanti, se Parisi venisse eletto non potrà fare i miracoli per gli alloggi di Aler, sui quali di fatto ha poteri limitati. Le uniche case su cui il Comune ha giurisdizione diretta sono quelle gestite a partire dal 2015 dalla nuova Metropolitana Milanese, azienda controllata direttamente dall’amministrazione cittadina. È proprio per ristrutturare le case controllate da MM che il candidato del centrosinistra Beppe Sala ha proposto di cedere a privati una quota di SEA, la società del Comune che gestisce gli aeroporti cittadini. Sala ha dichiarato più volte che la riqualificazione dell’edilizia pubblica – per quanto in suo potere – è una massima priorità.

“Abbiamo verificato un netto miglioramento,” afferma la nostra fonte interna al centrosinistra, “negli immobili passati dalla gestione Aler a quella di MM, in tutta la città. Il nuovo sindaco dovrebbe confermare questa scelta, ma siamo sicuri che lo farà.” Fuori dalla scuola elementare Fabio Filzi, frequentata soprattutto da bambini delle case popolari circostanti, parliamo con una giovane madre e alcune insegnanti delle case MM. “In realtà, la situazione delle case è più o meno uguale: la differenza è che quelle di MM costano un po’ di meno. Io sto in una casa Aler e pago circa 200 euro di affitto, a cui però ogni mese vanno aggiunti 300 euro di utenze.” Nella zona, le case MM sono in numero minore rispetto a quelle controllate dalla Regione e sono concentrate in via Osimo, lontane dal nucleo originario situato tra piazza Rosa e via Ravenna. Nonostante siano più moderne, le case di questa parte del quartiere risultano decisamente più antiestetiche: nel complesso, stonano. Quelle del 1930 sono state concepite, almeno in origine, all’interno di un progetto urbanistico coerente; quelle del dopoguerra sono poco più che scatoloni-dormitorio.

Poco oltre via Osimo il quartiere finisce, in modo piuttosto sorprendente per chi lo visita la prima volta, nell’aperta campagna: una vecchia via rurale lo collega con l’abbazia e il piccolo borgo di Chiaravalle, sulle sponde dell’antichissima roggia Vettabbia, di origine romana. Dai campi spuntano alcuni enormi palazzoni. Il colpo d’occhio è bizzarro e disarmonico, ma non del tutto spiacevole.

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