La nube tossica dell’Icmesa di Meda ha salvato Seveso

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Il 10 luglio 1976 era un sabato caldo d’estate, ma all’ICMESA di Meda – industria chimica al confine con Seveso – le attività continuavano.

In origine sotto il gruppo svizzero Givaudan, passato allora da pochi anni sotto la holding  Hoffmann-La Roche, la fabbrica produceva essenze aromatiche ottenute sinteticamente, intermedi per l’industria cosmetica e farmaceutica. Profumi.

La produzione si amplia a partire dagli anni Settanta: nell’impianto destinato al 2,4,5 triclorofenolo (TCP) – composto tossico non infiammabile utilizzato come base per la produzione sintetica di disinfettanti e diserbanti – in genere non vanno superati, in lavorazione, i 150-160°. A temperature superiori si innesca la produzione di un’impurità, la 2,3,7,8 tetraclorodibenzo-p-diossina (TCDD),  comunemente nota come diossina, sostanza altamente tossica, con un elevato livello di persistenza e stabilità. Il reattore del triclorofenolo, il reattore A, si trova nel “capannone della vaniglia”, nell’edificio B. Ed è lì che attorno alle 12.37 del mattino del 10 luglio 1976 il disco di rottura della valvola di sicurezza del reattore cede a causa del raggiungimento anomalo della temperatura troppo elevata di circa 250°. La famosa nube bianca dei racconti di chi c’era – principalmente diossina e soda caustica – viene rilasciata dall’impianto dell’ICMESA. Inizia a diffondersi rapidamente per distillazione su tutta l’area circostante, portata da un vento insolito per la stagione, che soffia a una velocità di 5m/sec verso sud-est. Colpiti in misura maggiore i comuni di Seveso, Meda, Desio e Cesano Maderno. L’area contaminata sarà di oltre 1810 ettari.

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Nell’area abitata circostante non arriva alcuna comunicazione riguardo l’accaduto. “Gli odori che arrivavano dalla fabbrica erano terribili, più del solito – l’aria era irrespirabile” racconteranno alcuni testimoni. Il lunedì successivo, 12 luglio, le attività dell’ICMESA continuano, fatta eccezione per l’edificio B, chiuso per via di un guasto al reattore. Dell’incidente, comunque, pare nessuno sappia nulla.

Ma già da quel lunedì, fatti insoliti iniziano ad accadere nelle immediate circostanze della fabbrica: si verificano i primi decessi di animali, apparentemente inspiegabili. Il martedì mattina vengono portati all’ospedale di Desio i primi bambini colpiti da cloracne, bruciature epiteliali causate dal contatto con la soda rilasciata dal reattore. I più gravi saranno poi trasferiti al Niguarda di Milano. La notizia di un imprecisato incidente avvenuto nella fabbrica sarà diffusa solo una settimana più tardi, il 17 luglio, con un articolo di Mario Galimberti che appare sul Giorno: “Bimbi rossi e gonfi per una nube di gas.” E ancora, nei giorni seguenti: “Un gas misterioso che uccide piante e animali invade un paese: quattordici bimbi intossicati.” Solo il 19 luglio viene data notizia della chiusura dello stabilimento per intervento cautelativo del sindaco di Seveso Francesco Rocca, oltre che della Magistratura.

Mentre Givaudan prende tempo evitando di fornire risposte riguardo quanto accaduto, gli animali continuano a morire, un’ordinanza vieta di ingerire e toccare i prodotti ortofrutticoli della zona, aumenta il numero dei bambini ricoverati e si estende quello che i quotidiani iniziano a definire il “fronte tossico.” Il volto della Seveso dilaniata dalla diossina sarà quello delle due sorelline Senno: la più piccola, Stefania, ha solo due anni, e il volto sfigurato dalla cloracne. Il 16 luglio è venerdì, ma ancora non sono giunte notizie – né agli abitanti della zona, né agli operai che all’ICMESA hanno continuato a lavorarci, e che decidono a questo punto di bloccare la fabbrica.

A poche ore dall’incidente, l’operaio Galante aveva riferito al superiore quanto accaduto nel reattore A del reparto B: “Fatevi una doccia, andate a casa.”

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Sebbene con qualche giorno di ritardo, anche il sindaco di Meda viene informato dell’incidente che all’ICMESA aveva causato la fuoriuscita di “un diserbante, un pesticida, di quelli che si trovano anche in drogheria.” Ma il tentativo dei dirigenti ICMESA di insabbiare lo scandalo, di ridurne l’impatto mediatico, era destinato a naufragare in breve tempo. Sarebbe stata questione di ore – i cittadini, gli operai, l’amministrazione, la magistratura: tutti pretendevano spiegazioni. Givaudan si trincera: “Tutto era stato fatto per evitare un caso del genere, ma questa reazione chimica non si poteva prevedere.”

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È il giornalista Nando Pensa, sul Giorno del 24 luglio, a comunicare dello sgombero degli abitanti dalle zone dove è passata la nube tossica: “La sostanza che ha provocato la morte di centinaia di animali e ustionato decine di bambini non è biodegradabile.” Sono ormai trascorse due settimane. La decisione dello sgombero era in realtà attesa da giorni, ma continuamente rinviata. Insieme all’evacuazione per centinaia di persone che vedranno abbattute le proprie case, tra cui le sorelle Senno, giunge l’ordine di distruggere tutti i raccolti agricoli dell’area inquinata. La tossina, infatti, si trasmette soprattutto per ingestione, e può oltretutto causare malformazioni fetali per le donne in corso di gestazione. Negli stessi giorni, gli abitanti denunciano anche l’operato dell’Istituto superiore di Sanità, pressoché assente in questa drammatica prima fase si gestione e risposta all’emergenza, colpevole di aver abbandonato gli istituti locali in balìa degli insidiosi cavilli burocratici tipicamente intessuti tra uffici comunali, provinciali e regionali.

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L’area colpita viene comunque subito delimitata e suddivisa in zone, a seconda della gravità dell’inquinamento subìto: zona A, zona B, zona R. I rilevamenti vengono fatti in particolare con l’aiuto di alcuni veterinari locali, tra cui il sevesino Malgarini, che comunica alle autorità i luoghi in cui le morìe d’animali si verificano. Curiosamente, le linee tracciate sulle mappe dell’inquinamento paiono seguire esattamente quelle tracciate sulle mappe catastali cittadine: “Fu un fatto pratico, di comodità”, afferma Malgarini, “Non si poteva buttar giù mezza casa, chiudere mezza strada”.

E la superstrada? La Milano-Meda non è mai stata chiusa. Venne bonificata solo in parte, quella che costeggia il Bosco delle Querce, il parco naturale situato in zona A, la più inquinata, il verde che cresce rigoglioso proprio sopra le due più grandi vasche di contenimento costruite nel corso delle operazioni di bonifica. Lì sono stati riposti tutti i materiali contaminati, tra cui i resti degli edifici, gli oggetti personali, i resti degli oltre 80.000 animali morti o soppressi, oltre al terreno rimosso e alle attrezzature utilizzate per l’intervento.

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Che l’ICMESA inquinasse, comunque, lo sapevano tutti: la fabbrica non era in regola, e pare nessuno ne controllasse la produzione.

Inoltre, già l’anno precedente, nel settembre del 1975, era stata denunciata e in seguito multata per inquinamento dalla Provincia, per scarico non autorizzato di residui in acque pubbliche. L’amministrazione comunale di Seveso aveva classificato l’area su cui sorgeva l’azienda come “insalubre”, ma il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici aveva per qualche ragione modificato la destinazione d’uso in zona industriale mista, permettendo così nuove costruzioni nell’area, costruzioni che la vecchia destinazione avrebbe impedito. “Sembra folle dirlo ma, in qualche modo, la diossina uscita dall’ICMESA di Meda ha salvato Seveso”, afferma Massimiliano Fratter, direttore del Bosco delle Querce: “Senza quell’incidente, la fabbrica avrebbe continuato ad inquinare per anni, come aveva sempre fatto, senza che nessuno intervenisse per fermarne l’attività dannosa”.

Molte sono state le ripercussioni del disastro dell’ICMESA. Givaudan-La Roche fu costretta a un risarcimento di 7 miliardi e mezzo allo Stato Italiano, 40 miliardi e mezzo alla Regione Lombardia per le spese di bonifica, 47 miliardi destinati ai programmi di bonifica, 23 miliardi destinati alla sperimentazione. Un altro mezzo miliardo fu destinato alla costituzione di una Fondazione per ricerche ecologiche (Fondazione Cariplo). Ma i costi più ingenti e non quantificabili furono quelli umani e sociali – in particolare, lo sfollamento delle famiglie, che portò alla frattura nel tessuto della comunità e della convivenza interna; il dramma delle donne incinte esposte alla diossina, cui fu concesso eccezionalmente di abortire; il dramma di chi vide abbattere e seppellire la casa dell’infanzia, dei primi ricordi.

Chi all’epoca questi drammi li ha vissuti, ancora oggi non può dimenticare. Sono trascorsi quarant’anni dal disastro della diossina, ma il veleno è ancora lì, nel terreno, a pochi centimetri di profondità, nelle aree mai bonificate.

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